Melandri C: i fan dell'Atleta col Giavellotto (che 6 anni fa lo avrebbero venduto a peso) Oggi allo Stadio dei Marmi il ritorno del "Lanciatore di Giavellotto". In passerella la coppia Rutelli-Melandri, che sei anni fa benediceva la svendita del complesso L'attuale ministro dello Sport, da titolare dei Beni culturali approvò la dismissione "a pezzi" dell'insieme architettonico edificato negli anni Trenta. La notizia in sé, è buona, anzi buonissima: si tratta del ritorno allo Stadio dei Marmi delta statua del "lanciatore di Giavellotto", opera che mancava da prima del 1970 perché deteriorata da un fulmine. Curati dalla soprintendenza per i Beni Architettonici e per il paesaggio di Roma, in accordo con il Coni, gli interventi di restauro hanno previsto la riproposizione di una replica della statua, realizzata da Aldo Buttini nel 1932, che rappresenta il definitivo coronamento dello stadio. Fin qui tutto bene, ma stupisce un po' la passerella che circonderà l'evento in programma domani alle 12: ci saranno il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli e quello per le attività sportive Giovanna Melandri. Presenze istituzionali e quasi "protocollari", anche se indubbiamente stonate in quanto rappresentanti di uno schieramento politico che, nel non lontanissimo 1999, non aveva esitato a mettere in vendita il complesso del Foro Italico, compresa la fontana della Sfera e l'obelisco. E non si trattò di una semplice boutade. Il decreto che stabiliva le modalità di vendita fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 14 aprile del 2000 ed era firmato dai ministri Visca e Amato, che anche oggi fanno parte della compagine governativa dell'Unione. La maxivendita del Foro Italico, nelle intenzioni del centrosinistra, avrebbe dovuto fruttare 1000 miliardi di vecchie lire alle casse dello Stato. E il tutto avveniva nell'indifferenza di Giovanna Melandri, che all'epoca era ministro dei Beni culturali, e di Francesco Rutelli, che in quel tempo era addirittura sindaco di Roma. La prima si distinse per una mirabile dichiarazione in cui sostenne che lo stadio Olimpico poteva benissimo passare in mano privata poiché non aveva i requisiti di un "monumento" e che il complesso del Foro Italico poteva benissimo essere venduto pezzo per pezzo. Il secondo si caratterizzò per il suo silenzio. Se la sciagurata manovra di dismissione non potè realizzarsi ciò avvenne solo perché il Tar del Lazio, accogliendo un ricorso dello lusm (Istituto universitario di Scienze motorie, con sede al Foro Italico dal 1928) sospese la vendita nel luglio del 2000. Fu il coronamento giuridico di una mobilitazione culturale e politica, di cui Alleanza nazionale fu protagonista, che vide schierati intellettuali certo non ascrivibili alla destra come Giorgio Muratore e Vittorio Emiliani e politici come Ottaviano Del Turco e il verde Luigi Manconi, ma che soprattutto fece capire ai romani e a tutta l'opinione pubblica italiana in quale considerazione la sinistra teneva il patrimonio artistico del Bel paese. La vicenda finì pure sulla prima pagina del New York Times il quale fece notare che l'italia aveva fretta di svendere «le opere dell'italia fascista». Insomma, per farla breve, il governo Prodi rischiò di renderci ridicoli agli occhi dei mondo, anche con la fattiva complicità della coppia Rutelli-Melandri, che domani celebrerà il ritorno allo Stadio dei Marmi della statua restaurata. La bocciatura del Tar fece cadere il cartello "vendesi" dalla cittadella fascista dello Sport ma non dallo stadio Olimpico (che la Melandri si ostinò a non ritenere di prevalente interesse pubblico) tanto che proprio allo Stadio dei Marmi si svolse un concerto di protesta di Ornella Vanoni per non trasformare l'Olimpico in un Luna Park. Scriveva all'epoca Vittorio Emiliani: «E' uno Stato ben strano quello italiano che, detentore di un grandissimo patrimonio storico-artistico, anche immobiliare, oscilla tra la non gestione di questo stesso patrimonio e la sua vendita: fare cassa, per liberarsi di un'amministrazione irta di difficoltà, per finirla, una volta per tutte...». L'invito era a recuperare il "pilastro" dell'inalienabilità dei beni culturali che hanno «valore in sé e per sé al di qua della loro redditività». La vicenda movimentò le acque al punto che da allora si discute della riqualificazione del complesso sportivo del Foro Italico e ogni progetto messo in campo deve fare i conti con quello schieramento culturale e politico che chiede di non indulgere troppo alle leggi di mercato, evitando logiche di sfruttamento che risulterebbero degradanti per un complesso monumentale di quel livello artistico. Oggi si resta ancora, sulle future sorti dei Foro Italico, nella zona grigia dei progetti, dei "si dice" e dei "si dovrebbe", anche se è partito almeno - il restauro della Casa delle Armi, l'edificio razionalista progettato da Luigi Moretti nel 1932 e trasformato in aula bunker per processare i brigatisti che rapirono e uccisero Aldo Moro. Un primo importante passo avanti ma non definitivo né esaustivo. Comunque, un'inversione di rotta rispetto al clima di disattenzione e d'incuria che, dalla fine della guerra in poi, ha caratterizzato le amministrazioni pubbliche rispetto alle opere d'arte del Ventennio. Mentre infuriava la polemica lo storico dell'architettura, Carlo Fabrizio Carli, ricordava come «i mosaici di Severini furono abbandonati a se stessi, addirittura le tessere venivano vendute a sacchetti ai turisti americani...». Per fortuna oggi la coscienza culturale del Paese è cambiata, e anche antichi pregiudizi della sinistra sono caduti. Ma se ci si è resi conto che il Foro Italico è uno dei migliori complessi europei che siano stati realizzati tra le due guerre, se si è d'accordo sul fatto - ricordato a più riprese da Muratore - che gli studenti d'architettura di tutto il mondo si recano in visita all'ex-Foro Mussolini, si è ancora lontani dal mettere la parola fine alla sua vera e reale rivalutazione per quegli scopi sportivi, ricreativi e paesaggistici ai quali fu originariamente destinato.