Parte da Napoli un appello per i beni culturali del Libano, firmato da oltre mille studiosi. L'allarme viene lanciato da Fabio Maniscalco, archeologo insegnante presso l'Orientale, tra i massimi esperti di tutela del patrimonio culturale nelle aree di guerra. «Il Libano non ha grandi risorse economiche né possiede pozzi petroliferi», dice il professor Maniscalco. «La sua ricchezza è tutta nelle bellezze paesaggistiche e nei siti archeologici che alimentano il turismo culturale». E tra le minacce principali del conflitto in atto, subito dopo i pericoli umanitari, si sottolinea quella della distruzione di queste ricchezze culturali. L'autore dell'appello per la salvaguardia del patrimonio culturale indirizzato ai capi dei governi di Israele e Libano, cita Anjar, Baalbek, Byblos, Tiro e la Valle Qadisha, i cinque siti libanesi riconosciuti dairunesco come patrimonio mondiale dell'umanità. «Se dovessero essere distrutti, saccheggiati o danneggiati, sarebbe crisi di lunga durataj)er il paese. L'unico strumento per evitare ciò è invitare le due parti al rispetto della Convenzione dell'Aja del 1954, ratificata sia da Israele sia dal Libano». Ma il rischio è che, proprio in quanto uniche risorse, i beni culturali diventino i primi obiettivi delle bombe israeliane.