La rotta è sempre la stessa, una rotta che i carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale conoscono bene. È la rotta dei trafficanti di opere d'arte, che non da ieri hanno scoperto il medioriente. Nella relazione operativa - mantenuta rigorosamente top secret nei suoi dettagli - gli uomini del generale Ugo Zottin hanno spiegato ai colleghi arrivati da tutto il mondo che l'attività di repressione correrà su vari binari. Stando alle informazioni in possesso degli uomini del Reparto Operativo, guidato dal colonnello ferdinando Musella, i confini intorno all'Iraq - in questo clima di confusione bellica - risultano decisamente permeabili al passaggio delle opere d'arte trafugate. Solo la Giordania, non a caso presente all'incontro di ieri di Roma, viceversa manterrebbe un certo controllo rispetto al fenomeno dei traffici di reperti. Quanto ai paesi di destinazione dei beni sottratti, si parla di Svizzera, di Stati Uniti, di Gran Bretagna; tanto è vero che i nostri militari hanno già provveduto a contattare il Custom Service, sembrerebbe indicando almeno in un paio di casi personaggi sospetti. Così sarebbe stato individuato un antiquario di New York, segnalato alle proprie autorità. Non c'è solo questo naturalmente. Fedeli allo slancio tecnologico che, da quando è stata messa on line la banca dati informatizzata delle opere rubate, ha visto i carabinieri del TPC da sempre attenti ad ogni forma di possibile traffico di pezzi rubati, si è provveduto anche a monitorare il cyberspazio. La ricerca non è stata infruttuosa, visto che sono stati scoperti non pochi siti internet di vendite on line che, all'indomani dei saccheggi nel Museo di Baghdad o delle notizie degli scavi clandestini - quegli «scavi estesissimi» di cui parla preoccupato il professor Proietti - già pubblicizzavano la vendita di reperti provenienti dall'Iraq. Ora tutti queste vetrine virtuali sono state naturalmente congelate. Ma ciò che ha colpito i militari è l'apparizione pressoché contestuale degli annunci di vendita con determinati episodi. Quasi che vi fosse un disegno criminoso ben preciso alle spalle, del quale è prematuro parlare - almeno da un punto di vista investigativo - ma che certamente non può non lasciare perplessi. La sensazione, e certe frasi non dette paiono farlo intendere, è che vi sia qualcosa di più del semplice soldatino che arraffa dove capita e poi piazza al miglior offerente. Se per il Museo di Baghdad comunque, con la restituzione di molti reperti dopo l'appello degli imam sciiti, l'allarme pare essere rientrato, il problema maggiore adesso sembra proprio quello degli scavi clandestini. Difficili da fermare in un paese ormai senza legge.