ti: i1 4I' : ,A Il Museo del Risorgimento di Torino, un luogo-simbolo dell'identità nazionale fl moltiplicarsi delle celebrazioni favorisce la rimozione più che il ricordo e produce l'esatto contrario della conoscenza storica Il 25 luglio di quest'anno sarà, per fortuna, un giorno come un altro. Quello del 1943 fu invece un giorno molto particolare, perché segnò la fine della dittatura di Mussolini, il suo arresto, la sua sostituzione con Badoglio. Eventi di grande portata storica senza dubbio, ma basta questo a rendere significativa quella stessa data, ancora oggi, sessan tatré anni dopo? Basta questo per dettare l'agenda delle pagine culturali dei principali quotidiani nazionali, per orientare i palinsesti televisivi, per determinare la programmazione delle grandi case editrici? L'impressione è che si sia tutti immersi in una cultura degli anniversari che ha qualcosa di malato, di esausto, quasi una sorta di rivalutazione postuma delle cronache medievali, lo specchio dell'incapacità di fare una storia diversa dal puro allineamento delle date, appiattita sulla cronologia, su un susseguirsi di eventi uno dietro l'altro, tutti senza spessore, senza un'impennata, una brusca interruzione di senso. Una storia dettata dal calendario è l'esatto contrario della conoscenza storica e l'infittirsi degli anniversari appartiene più ai percorsi della memoria pubblica che a quelli della ricerca storica, con il rischio che le loro celebrazioni ne dilatino fino all'inverosimile l'indigestione mediatica, così da favorire più la rimozione che il ricordo. La memoria pubblica costruita dai media lavora infatti sulla reiterazione, sulle ripetizioni quasi infinite e alla fine si accumula come una sorta di deposito al quale si può attingere, implacabilmente, a ogni occasione celebrativa. Fino a pochi decenni fa, si attribuiva grande importanza a tutti i tentativi di liberarsi dalle pastoie del passato; oggi la posizione sembra capovolta e, soprattutto in ambito politico e religioso, si ricorre sempre più frequentemente alla storia per alimentare una memoria funzionale a spiegare e giustificare azioni e fatti attuali. La legittimazione dello Stato nazionale, sempre più vacifiante che nei suoi antichi capisaldi politici (i principi giuridici e costituzionali, le norme di diritto internazionale) si rifugia nel sovrannaturale, nel divino o inventa «tradizioni», in una lettura della storia che strumentalizza il passato in nome delle urgenze del presente. Questa elefantiasi della memoria pubblica ha da tempo investito il ruolo delle istituzioin, per poi dilagare in tutti gli ambiti occupati dall' «uso pubblico della storia»: il dibattito mediatico, la televisione, ma anche le mostre, i musei, eccetera. E difficile oggi che una mostra storica si offra come una meditata proposta storiografica. Succede quello che si verifica nelle mostre d'arte contemporanea, sempre più diffusive, ipnotiche, «composizioni mobili che sconfiggono l'antica ottica della contemplazione estetica», oggi, nella storia messa in mostra, tutto il percorso espositivo sembra segnato «dagli eccessi di un proliferare di suoni e immagini», che vengono recepiti più sul piano evocativo (della memoria), che su quello conoscitivo (della storia). Alla fine, il risultato appare incredibilmente simile: nel momento in cui la memoria diviene troppo piena sorge la tentazione di cercare un oblio autoprotettivo, ideologico e orgiastico: «Che cosa mai guida tutti quei movimenti seminali in pittura che chiamiamo suprematismo, espressionismo astratto, costruttivismo, pop art, arte concettuale, ecc. se non un deliberato tentativo di dimenticare, una cultura dell'elisione o anche della cancellazione?» (artman). Ma anche i musei stanno cambiando la loro natura. Il nesso con la statualità si sta allentando, diventano altro, sempre più simili alle mostre. Spesso oggi un museo nasconde una perdita, esorcizza un'assenza. Così, ad esempio, per gran parte delle attività produttive e economiche messe in crisi dalla globalizzazione e dal postfordismo. Il mondo contadino è scomparso, ecco decine di musei pronti a fissarne il ricordo; i grandi stabilimenti industriali delle città fordiste sfigurano con le loro macerie il tessuto urbano, subito si trova il modo di ingentilirli trasformandoli in musei, e così via. C'è stato un drastico cambiamento nella loro funzione istituzionale, prima prevalentemente segnata dalla necessità di «celebrare» lo Stato-nazione e saldamente ancorata alla ricerca storica. Le sollecitazioni dell'uso pubblico della storia, il fascino della rappresentazione mediatica, la tentazione di abbondare in luci e suoni, le urgenze del mercato stanno delineando nuovi scenari, una concezione del museo come luogo di eventi e di comunicazione spettacolare, il passaggio dai musei-collezione ai musei-spettacolo che presuppongono una sorta di furibonda concorrenza con le modalità d'informazione cui il pubblico è maggiormente assuefatto: bisogna attirare visitatori, incuriosirli e divertini, stupirli, essere inseriti nei percorsi dei tour operator. La traiettoria indicata dallo storico francese Frangois Marcot sottolinea in questo transitare dei musei dalla sfera del civico a quella del mercantile un aspetto specifico della traiettoria «da cittadini a consumatori» che caratterizza oggi le democrazie occidentali. Certo, esistono gli antidoti; la dimensione audiovisiva non esclude a priori il rigore della ricerca storica, a patto di affrontarla con la necessaria consapevolezza metodologica. Così è per gli anniversari. Se proprio li si deve «celebrare», lo si faccia in presenza di un nuovo documento, di una nuova testimonianza, di un qualcosa, insomma, che per una volta sia utile più alla storia che alla memoria.