TRANI. Dietro lo sfregio alla cattedrale L'inciviltà ha bussato ai portoni della civilissima Trani, della civilissima Puglia, in una notte di mezza estate. Inciviltà è la parola riassuntiva per sintetizzare il rovescio della civiltà, vandalismo e dunque barbarie, indifferenza al bello e dunque bruttocrazia, violenza cretina alla tradizione e dunque irreligione. Sfregiare i due leoni della cattedrale di Trani e allargare la caccia al leone nelle altre chiese tranesi, significa non avere il senso della civiltà che è insieme amore del bello, della tradizione da cui proveniamo, rispetto per la forma, l'arte, la storia e la religione. Quando mi chiedono della mia Puglia, quella del Nord barese, che una grottesca sintesi burocratica ha battezzato Bat per alludere ad una provincia federiciana, io cito sempre come segno distintivo quella splendida cattedrale sull'orlo del mare, dove le pietre cantano e la civiltà si raccoglie in uno spazio di luce e di fede, dove la natura e la cultura combaciano. Fa male saperla ora sfregiata in quel simbolo antico che riannoda il nostro Levante all'Oriente e alla repubblica leonina di san Marco, quando l'Adriatico si chiamava Golfo di Venezia. Hic sunt leones. Siamo nei giorni di luglio, proprio sotto il segno del Leone, e questa ferita può essere esorcizzata e circoscritta facendo riferimento a una etnia ben definita, lontana dalla restante cittadinanza: sono stati i vandali, le bestie, gli imbecilli. E può essere ulteriormente esorcizzato il riferimento al nostro Sud, alla nostra terra, ricordando che sfregi all'arte e alla storia purtroppo sono avvenuti e avvengono a Parigi come a Roma, a Nord come a Sud, e coinvolgono tanto imbecilli venuti dal freddo che taliban venuti dal profondo caldo. Da Erostrato che incendiò il tempio a Diana ai nostri giorni, c'è una forma demente di protagonismo e di mitomania che passa dalla distruzione di opere antiche e ammirate. Un modo infantile e imbecille di attirare l'attenzione su di sé e di sostituirsi al monumento. Non c'è dunque una specifica barbarie del Sud. Però dopo aver compiuto il duplice rito di esorcismo, il discorso si riapre con uno sciame di dubbi. Ma esiste una sensibilità diffusa verso il bello, esiste un'educazione all'arte e alla civiltà, esiste ed è comune la condivisione della tradizione e il rispetto per ciò che ricorda le nostre radici? Qui le nostre certezze vacillano, i dubbi si ingrossano e allora viene fuori un'altra ipotesi: che i vandali siano gli estremisti di una rozzezza assai diffusa, siano la punta avanzata di una ben più vasta indifferenza alla civiltà e ai suoi segni. Il loro scempio amplifica una diffusa barbarie di ritorno, quella che ci impedisce di vedere e di ammirare il bello ma di interessarci solo a quel che si può consumare, a quel che ci può procurare piacere fisico, meglio se immediato, o quantomeno comodità. E a quel che ci rende protagonisti più che testimoni. Vuoi mettere un telefono palmare con un leone in pietra, vuoi mettere il fresco dell'aria condizionata con il fresco della cattedrale... In questi giorni sono nel Salento estremo, con la sua bellezza sull'orlo dei due mari, e leggo su una rivista del Nord un caldo invito a visitarlo perché è la patria del reggae più scatenato. Io che pensavo al barocco, alle chiese, alle piazze, alle ville signorili con terrazze mozzafiato, al mare e alle sue rocce, i suoi ulivi e la sua terra rossa, al garbo secolare di una civiltà delle buone maniere. Per carità, non c'è nulla di male, anche il reggae avrà il suo appeal, come la pizzica e la taranta. Ma a volte temo che l'inciviltà militante dei vandali nasca, o trovi alibi, o almeno non trovi resistenze, nella sordità e nella cecità diffuse verso il bello che viene da lontano, verso i simboli che narrano di una cultura plasmata dai secoli. Se il bello della Puglia è il reggae, che resistenza opponiamo ai barbari? Avrei voglia di auspicare la riapertura del Colosseo, offrendo questa volta i vandali in pasto alla versione vivente di quei leoni sfregiati. È facile prendersela con i leoni in pietra, provate con quelli in servizio... Un tempo dominava il detto «Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora». Quei leoni sono passati indenni, tra invasioni e saraceni, stragi giacobine e rastrellamenti di guerra, per mille anni. È bastata una notte da carogne per distruggere mille anni da leone.