Il mondo degli antichi Egizi ci ha abituati ad ogni sorta di meraviglie, ma in particolare una serie di eventi sensazionali si concentrano sui secoli dopo la metà del II millennio a.C. (quasi alla vigilia della Guerra di Troia). Non risale ad allora la scoperta unica di una tomba intatta di un faraone, l'enigmatico Tutankhamen che ha scatenato una ridda di leggende, scoperta avvenuta un secolo esatto dopo il deciframento dei geroglifici, nel 1922? Ma questa scoperta straordinaria era solo il corollario di una scoperta ben altrimenti gravida di effetti per la nostra civiltà occidentale, quella di un faraone scomparso perché occultato a causa della sua rivoluzionaria riforma: Akhenaten, che appare oggi come il primo ispiratore di un pensiero monoteistico, che avrebbe ossessionato per millenni la vicenda umana. Per giunta il clima arido dell'Egitto ha in molti casi preservato la realtà fisica di questi divini reggitori del mondo che furono i faraoni: e allora perché non anche le spoglie dell'avvenente sposa di Akhenaten, la Nefertiti che ne condivise la fede e il destino, e la cui bellezza è esaltata da tanti ritratti e rilievi che fanno l'orgoglio dei maggiori musei l'Europa e d'Egitto? E' questa la proposta di una squadra di antropologi britannici dopo un lungo riesame cui hanno sottoposto alcune mummie di donne che erano state traslate nell'antichità all'interno della tomba del faraone Amenhotep II, adibita alla fine del II millennio a.C. a ricettacolo recondito di mummie regali, sfuggito al saccheggio fino alla fine del secolo XIX. Certo l'identificazione inequivocabile di un corpo mummificato non raggiunge quasi mai la totale certezza. Troppe furono le manipolazioni di questi resti quasi indistruttibili: "Faraoni senza pace" recita il titolo di un bel libro del Breccia. Nel Museo Egizio di Torino due frammenti di arti inferiori sono quanto documenta forse l'esistenza della celeberrima Nefertari, sposa di Ramesse II (sic transit gloria mundi!). Però è anche vero che le spoglie di molti re furono scrupolosamente protette, salvate segretamente in nascondigli che hanno sfidato i millenni, quando nella grande crisi economica dell'Età del Bronzo si ritenne di accedere ai sepolcri regali come a dei forzieri di stato. Anche se i sepolcri dei faraoni incriminati rimasero vuoti nella loro capitale di Amarna, non si può escludere, anzi è probabile - erano pur sempre stati dei faraoni -, che mani pietose li abbiano sottratti alla profanazione, e che siano stati successivamente accomunati alla sorte dei re radunati nei depositi segreti di Tebe. Oggi si sa che la riforma di Akhenaten non era stata concentrata solo nella città fondata nell'odierno sito di Amarna ("l'orizzonte di Aten" suona il nome in egiziano), ma grandi santuari erano stati eretti a Tebe - poi demoliti - e altri sono stati recentemente identificati nella profonda Nubia, per esempio a Kerma. Non vi sono quindi obiezioni che i corpi regali tornassero a riposare nella città che era stata culla della dinastia (la XVIII della numerazione manetoniana). Ciò che invece non sarà mai definitivamente dimostrabile è che proprio quel corpo abbia custodito l'anima di una regina misteriosa, di cui non è certa neppure l'origine egiziana: il suo nome Nefertiti "la bella è venuta" lascia aperte ipotesi a gradimento. L'esame antropologico potrà però provvedere una quantità di informazioni: dal gruppo sanguigno alle patologie sofferte, da una indicazione approssimativa di età ad una ricostruzione fisionomica attendibile. Se forse non si potrà mai osservare la storia dell'antico paese attraverso una figura di enorme rilievo, si potrà pur sempre ricostruire la storia di una persona sufficientemente importante per seguire nel destino postumo alcuni tra i più importanti monarchi di quel periodo. D'altra parte non è una tale incertezza che possa sminuire il fascino di Nefertiti, che promana da una galleria di ritratti eseguiti con alta maestria e con uno stile fresco e pieno di vita che contraddistingue anche nell'arte il messaggio del faraone riformatore. Né queste considerazioni debbono deludere, pur lasciando aperte le possibilità di ulteriori risultati. Tanto è il materiale offerto generosamente dall'archeologia della Valle del Nilo che indagini coraggiose e proposte non convenzionali potranno ancora largamente stupire e arricchire la nostra cultura di prospettive e orizzonti che all'inizio non si erano neppure immaginati. Alessandro Roccati è ordinario di Egittologia, Università La Sapienza, Roma