Economie e politiche regionali Perché il Veneto non pone più al centro della sua politica la cultura? Occorrerebbe, al contrario, saper immaginare una cultura capace di intemazionalizzarsi. Con una svolta: dall'autoreferenzialità a una referenzialità «alta». Passaggio emblematico di un nuovo e diverso rapporto anche con i beni culturali. Relazione estetica che muterebbe il paesaggio etico. Perché i beni nominano e portano all'esistenza uno stigma che sollecita coscienza e conoscenza. Beni culturali, in Veneto in particolare, come aspettativa di spazi che sanno di senso e di sacro. Imperturbabili al rumore quotidiano, non rimandano al «territorio» ma alla terra come apertura e vincolo. Beni culturali quale perno su cui far ruotare prestazioni e servizi ad alto valore aggiunto tra tradizione e tecnologia come anello di congiunzione tra tutela della memoria collettiva e promozione dell'intelligenza individuale. Beni culturali quale fattore di sviluppo (anche economico) per l'effetto tonificante di chi «guarda ascoltando» ed esalta una qualità di vita tesa a una differente creatività sul mondo. In questa prospettiva, il nostro patrimonio artistico non è più (non è mai stato solo) nostro. Eppure, l'incontro tra cultura ed economia non è ancora percepito strategico, in grado di produrre reciproci benefici all'una e all'altra sfera di valori e di interessi. Una grande opportunità non priva di rischi: la museificazione della cultura, la sua burocratizzazione, laddove l'offerta pubblica, specialmente quella locale, si esaurisca nella visibilità facile e furba di questo o quel politico del momento. Servirebbe, invece, ripensare alla cultura come «cieco lavoro» sulla nostra coscienza per aprirsi all'incalcolabile e destrutturare il nostro egoismo. Per curare quella malattia infantile del sapere quale è il narcisismo. Di cui la politica è sovente specchio. Senza trascurare un ulteriore nodo problematico: una diversa relazione tra sponsor e mass media per far cadere antichi e nuovi pregiudizi (fondamentalmente anti-liberali) incidenti sul rapporto tra economia del mercato e offerta pubblica culturale. In questo scenario bisogna spingere la parola «cultura» a rompere il conformismo, a spezzare la catena stretta intorno ai polsi dell'immaginazione, a lasciare libera la sua portata eversiva nell'ambito della dialettica tra i poteri economici e politici. Con una premessa e una conseguenza. Riflettere, profondamente, sull'etica del linguaggio. E puntare sul binomio cultura-città, in materia di beni culturali, là dove non sempre e soltanto lo Stato ma anche gli enti locali sono colmi di responsabilità. Una regione quale è il Veneto potrebbe essere come vento su una vela se solo credesse in se stessa.
Torniamo alla cultura
Il testo discute la necessità di ripensare alla cultura come un fattore di sviluppo per l'economia e la politica regionale. Si sostiene che il Veneto non deve più concentrarsi solo sulla cultura, ma deve saperla intemazionalizzare e creare una cultura capace di intemazionalizzarsi. Si propone di passare dall'autoreferenzialità a una referenzialità alta, creando una relazione estetica che muti il paesaggio etico. I beni culturali, in particolare, sono visti come fattori di sviluppo economico e come strumenti per promuovere la creatività e la qualità di vita.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo