L'8 aprile 1655, all'indomani dell'elezione a pontefice, con il nome di Alessandro VII, il cardinale Fabio Chigi ordina che Gian Lorenzo Bernini "gli faccia fare una cassa da morto e che gliela porti per tenerla in camera", e che scolpisca un teschio in marmo, da porre sullo scrittoio. La bara in camera da letto e il teschio nello studiolo devono rammemorare al papa, fin dal risveglio, la vanità delle cose terrene. Questo colorito aneddoto, riferito da un ambasciatore modenese, attesta non solo la filosofia esistenziale di Alessandro VII, ma anche e, dal punto di vista artistico soprattutto, il suo empatico sodalizio con il grande artista barocco. Un sodalizio sul quale Richard Krauthei-mer ha intessuto la magistrale narrazione intitolata Roma di Alessandro VII (1985) e al quale fa significativo riferimento il saggio di Alfredo Pergolizzi nel catalogo della spettacolare mostra Roma Barocca, allestita per tutta l'estate a Castel Sant'Angelo. Bernini e Alessandro VII Chigi sono rispettivamente regista e impresario delle configurazioni urbane che trasformano Roma nel più rutilante laboratorio della città barocca. Tra le spettacolari reinvenzioni barocche della città rinascimentale attuate dal sodalizio del papa con il geniale artista figurano la chiesa e la piazza di Santa Maria del Popolo. Nella chiesa, appartenente all'ordine agostiniano, è allogata la cappella innalzata da Raffaello intorno al 1514 per l'amico Agostino Chigi, facoltoso banchiere e mecenate senese, cui risalgono i fasti dinastici della famiglia. Ancora monsignore, Fabio Chigi intraprende il restauro della cappella, rimasta incompiuta alla morte dell'avo e caduta in abbandono. Creato cardinale si volge a un progetto più ambizioso di abbellimento della cappella, nel quale coinvolge i due massimi scultori dell'epoca: il cavalier Bernini e Alessandro Algardi. La morte prematura di quest'ultimo (1657) trasferirà integralmente l'incarico a Bernini, che in seguito, dopo l'elevazione a papa del Chigi, delinea l'intero ammodernamento della chiesa. Nell' ambito dei lavori alla cappella Chigi, Bernini è incaricato non solo di modellare le statue di marmo di Daniele con il leohe e di Abacuc con l'Angelo, collocate nelle nicchie angolari, ma anche la balaustra, lucente di marmi colorati, che separa la cappella dalla navata sinistra; il pavimento dove imarmi policromi disegnano una minacciosa Morte armata di falce. Sempre per l'arredo della cappella lo scultore modella due monumentali torcieri in bronzo, ancora in situ, e una festosa lampada, ugualmente in bronzo, formata da tre cherubini che sorreggono in volo una corona; essa è esposta in copia nella mostra in corso a Castel Sant' Angelo. L'incarico a Bernini prevede anche la messa in opera di una nuova mensa d'altare, corredata da magnifici arredi fissi e mobili, dei quali fino a ora si avevano notizie frammentarie e incerte e che si ritenevano comunque perduti. Questa pessimistica convinzione è stata sconfessata dagli studi sull'opera di Bernini a Santa Maria del Popolo, condotti da Maria Grazia D'Amelio in vista di una pubblicazione del Poligrafico dello Stato per celebrare i 750 anni dell'ordine agostiniano, promossa da padre Umberto Scipione. Le accurate indagini di archivio di D'Amelio, che insegna alla facoltà di Ingegneria di Tor Vergata, hanno infatti prodotto le prove documentarie dell'incarico a Bernini da parte di Alessandro VII per due serie di preziosi reliquiari: l'una datata al 1652, in coincidenze con la nomina cardinalizia, l'altra al 1656, dopo l'elezione pontificia. Le note d'archivio specificano inoltre che si tratta di piramidi di cristallo, di dimensioni variate, con basi di bronzo dorato: la prima serie destinata all'ostensione delle reliquie dei martiri di Treviri, delle sante Faustina, Sabina, Maddalena vergine e di sant' Innocenzo; l'altra di sant'Onorio e sant'Ignazio vescovo. L'attenta perlustrazione dei corredi liturgici dismessi nei depositi della basilica agostiniana ha portato al ritrovamento, davvero inaspettato, degli otto magnifici reliquiari, ancora completi dei contenuti sacri. Il loro stato di conservazione è generalmente buono, salvo in uno che presenta alcune lacune sul perimetro delle lastre di cristallo; i sottilissimi giunti angolari in lamina di bronzo dorato sono in qualche caso deformati e bisognosi di restauro, le corone apicali, anch'esse in lamina dorata, sono nella maggior parte dei casi sconnesse e mancanti delle palmette sommitali simboleggianti il martirio. I fastosi reliquairi venivano esposti, in particolari circostanze, sull'altare della cappella Chigi, illuminati da candelabri, ugualmente disegnati da Bernini, (e non ancora ritrovati), che ne facevano sfavillare le piramidi cristalline e le calde dorature bronzee. La scelta della forma piramidale si configura come omaggio di Bernini all'opera architettonica di Raffaello, che ha profilato sulle opposte pareti laterali della cappella gentilizia due grandi piramidi, rivestite di marmi purpurei, che enfatizzano il luogo delle sepolture ipogee. E' forse questa la prima volta che la piramide viene associata dalla cultura rinascimentale a una sepoltura cristiana, materializzando quella tendenza al sincretismo simbolico che ha rigenerato, nel segno di Cristo, tutta la cultura delle immagini antiche e pagane, innestandole nel flusso della civiltà artistica occidentale. Un resoconto dettagliato di questa scoperta berninianae delle sue implicazioni storiografiche viene pubblicato, a firma di Maria Grazia D'Amelio, nel numero in uscita a settembre di "Materiali e strutture", la rivista dedicata ai problemi di conservazione e restauro dell'Università degli Studi della Sapienza.