Ai ministri Bersani e Rutelli vorrei dire: sono pienamente d'accordo con la linea di liberalizzazione inaugurata dal governo in materia di servizi, tuttavia mi preoccupa e mi allarma la parte riguardante il commercio e i pubblici esercizi in relazione ad una questione già decisamente «calda»: quella delle città storiche diventate, di notte, un problema di ordine pubblico a Bologna, a Padova, a Roma, ma pure in piccole città come Urbino. Il decreto Bersani elimina le commissioni consultive, comunali e provinciali, per l'apertura di pubblici esercizi e forse ha ragione visto che poco o nulla contavano. Esso consente a tutti - fatte salve le norme di tutela della salute - di aprire rivendite di ogni tipo, senza più limitazioni in fatto di generi e di distanze. Con la prescrizione che Regioni e Comuni devono attenersi nelle loro deliberazioni a questa deregulation generale. Qui sorgono alcune consistenti obiezioni. Quanto meno in ordine alle città antiche che reclamano invece attenzioni speciali, molto mirate e pragmatiche. I centri storici italiani, infatti, sono ancora, nonostante tutto, abitati, sono sede di artigiani di vario tipo; risultano serviti da una rete di negozi, di supermercati, di pubblici esercizi, capifiare. Che si è molto dilatata col crescere del turismo e con la tendenza (pericolosa) a farne dei «divertimentifici», da mezzanotte all'alba. La proliferazione di locali e localetti, spesso effimeri e assai dubbi, sempre rumorosissimi, sta allontanando i residenti e gli stessi turisti. Puntando a sfruttare senza limiti la torta, relativamente recente, del turismo d'arte di massa, sì rischia di imbruttire (o forse abbrutire) le città, seminandole di insegne volgari, di pizze a taglio vistose, di pub sgangherati. Si rischia cioè di rovinare una preziosa e irriproducibile materia prima, di spennare e far deperire rapidamente una gallina dalle uova d'oro. Da quando il «divertimentificio» notturno ha preso definitivamente piede, cioè da una quindicina danni, soltanto nel rione di Sant'Eustachio sono stati aperti ben 60 nuovi locali di somministrazione di bevande e simili, di cui 40 con occupazione di suolo pubblico, aperti fino a tarda ora. Tutte le misure di contenimento varate in Comune sono state aggirate: con l'alibi di dover soddisfare richieste «precedenti», col pretesto di aprire circoli culturali, col trasferimento di licenze da altre zone e con la duplicazione di quelle esistenti nei rioni storici. Tutto ciò è accaduto anche per la quasi totale assenza di controlli penetranti: sulle licenze e su chi ne è titolare, sulla insonorizzazione dei locali, sugli schiamazzi fino all'alba, sugli orari di carico e scarico dei mezzi, e così via. Ora tutti potranno aprire di tutto in tutti i rioni? Si obietterà: succede già. Largamente vero, e però l'illegalità attuale non rischia di trovare nel decreto Bersani - così indifferenziato rispetto alla complessità delle città italiane - una legalizzazione generalizzata, con la susseguente «morte» dei nostri centri storici e della non meno storica gallina sbatacchiata fra un conflitto e l'altro? Se fossi nel ministro Rutelli, penserei seriamente ad alcune, incisive correzioni. A favore del patrimonio storico-artistico e dello stesso turismo che se ne alimenta. Coste e montagne le abbiamo mal conciate in pochi decenni. Ci resta l'Arte, fino a quando?
Se la città dei bar sfratta la città d'arte
Il testo esprime preoccupazioni e allarmi per la liberalizzazione dei servizi e del commercio in città storiche italiane, come Bologna, Padova, Roma e Urbino. Il decreto Bersani elimina le commissioni consultive e consente a tutti di aprire pubblici esercizi senza limitazioni, ma ciò potrebbe danneggiare i centri storici e la loro qualità di vita. I locali notturni e i pub potrebbero allontanare i residenti e i turisti, e la proliferazione di insegne volgari e di negozi potrebbe rovinare le città. Il testo esprime la preoccupazione che il decreto potrebbe legalizzare l'illegalità attuale e portare alla morte dei centri storici e del turismo.
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