Il professore parla del concetto in evoluzione, ma è piuttosto in ebollizione. E più del brutto d'arte, come il Quasimodo di Victor ugo o il Rigoletto verdiano, è devastante quello della quotidianità che sta trasformando l'Italia in una imitazione di se stessa. Dopo Storia della Bellezza ecco che il professore dei professori, il semiologo d'idee, l'eco della valle di lacrime italiana, il postino di Minerva, Umberto, appunto, Eco, ci offre Storia della bruttezza, ancora in lavorazione, ma prevedibilmente un altro successo di vendite. Uno studio veramente importante per un paese come il nostro abituato così tanto a essere, e sentirsi, bello. Vedi anche i giovanotti azzurri, campioni del mondo, con l'occhio ceruleo perso nel vuoto del proprio pensiero, ovvero, come diceva Sant'Agostino, nel niente dotato di spazio. Tanto sicuri di essere belli, dicevamo, siamo noi italiani, da essere stati capaci di produrre, intorno alle nostre intoccabili meraviglie le brutture più assolute, in termini di urbanistica e, o anche, di semplici abitazioni private. Il Bel Paese si è mantenuto in vita lasciando che accanto gli proliferasse tranquillamente il Brut Paese o Paese del Brut. Eco parla del concetto di brutto in evoluzione, ma io direi che da noi siamo al brutto in ebollizione. Quando la meraviglia rischia di diventare poltiglia. Vedasi la situazione in cui si trova Venezia, dove la ricchezza costruita nei secoli è svilita dalla ricchezza accumulata durante un week-end, svendendo a orde di turisti, inebetiti, un'idea di bello falsa e corrott.a La bruttezza dei mimi immobili, nei campi e per le calli, che fanno le statue, dipinti d'argento o d'oro, è già un crimine contro i diritti umani, non dei mimi, ma dei passanti. Per non parlare dei negozi di maschere , veri campionari scientifici di un brutto studiato al laboratorio, probabilmente iniettando nei ratti il virus del cattivo gusto, osservando quale maschera avrebbero azzannato per prima. L'arricchimento dei bottegai è direttamente proporzionale all'imbruttimento della città. Eco parla del Quasimodo di Victor Hugo, del Rigoletto verdiano fino ad arrivare al brutto cattelaniano. Ma a noi non interessa, in questo momento, il brutto dell'arte ma quello della quotidianità, che sta trasformando l'Italia in qualcosa di amorfo e in una imitazione di se stessa. Pensiamo a Firenze che cullandosi nella culla del Rinascimento non è riuscita a produrre, negli ultimi quattrocento anni, un'architettura decente che potesse circondare il centro storico con dignità, se escludiamo la stazione ferroviaria di Santa Maria Novella disegnata dallo studio Michelucci, diventata essa stessa anziché esempio, mostro sacro attorno alla quale non è possibile muovere una pietra e, quando mossa, come nel caso della sfortunata pensilina di Toraldo di Francia, capace di creare scandali sproporzionati all'immobilismo generale. Le città storiche italiane sono come le persone delle quali si ammirano gli occhi per non dire che per il resto sono brutte. La maggior parte delle città italiane oggi hanno dei begli occhi ma dei corpi da fare schifo. L'Italia ha continuato a farsi il trucco senza accorgersi che tutto il resto stava inflaccidendosi Eco dice che al brutto ci sia abitua o almeno lo si guarda con occhi diversi a seconda dei periodi storici, prendendo a esempio la Stazione Centrale di Milano, ma si potrebbe anche parlare dell'Altare della Patria di Piazza Venezia a Roma. Credo che i suoi esempi siano più mostruosità che brutture, due cose diverse. Come diverso è King Kong da Alberto Vitali, Pierino del cinema spazzatura italiano. Il mostro è inevitabile, dobbiamo confrontarci con esso, giustificandolo culturalmente o abbattendolo. Il brutto è infido, o ti fa ridere o ti annoia. Spesso non lo si nota nenimeno infiltrandosi nel vivere comune, come quell'architettura mediocre di certi quartieri, che nasconde la sua bruttezza in una anonima comodità. Lo stesso vale per le trasmissioni sportive, le maratone di discussioni dopo ogni partita, dove nulla e veramente mostruoso ma tutto è mediamente noioso, brutto, capace di assuefare distraendo. Le giornate, la vita, diventano brutte senza che ce ne accorgiamo nemmeno. Di colpo siamo circondati da una popolazione rasata a zero, oppure con dei nodi di cravatta che sembrano nodi scorsoi. Il brutto produce una metamorfosi dove stravaganza, eleganza e tracotanza si fondono insieme generando nuovi soggetti sociali indefinibili, mostriciattoli, nemmeno mostri, da cui è difficile difendersi. Tutto questo perché siamo convinti che il bello del nostro paesaggio e della nostra cultura ci proteggeranno per sempre, ma non è così. A Washington è in corso la mostra «Bellini, Giorgione, Tiziano e il Rinascimento della pittura Veneziana». Una mostra che copre un breve periodo della storia dell'arte, dal 1500 al 1530, ma tuttavia trenta anni che hanno prodotto tre giganti della pittura. Eppure durante quel periodo Venezia non se la passava certo bene, essendo attaccata da una parte dai Turchi e dall'altra da Roma, dalla Spagna e dalla Francia. Un incendio aveva distrutto Rialto e la peste aveva cominciato a mietere le sue vittime. La cultura e il bello, inoltre, erano più rigogliosi che mai. La città sfidava il presente immaginando il proprio futuro. Su questo dobbiamo riflettere. Distratti dalla tragedia medio orientale e dalla guerra vera, non dobbiamo però dimenticare la guerra che è necessario combattere contro il letargo sociale e culturale, la stagnazione delle idee, l'avidità del brutto, batteri che divorano il futuro. La nostra situazione non è certo tragica, né paragonabile, nemmeno per un attimo, a quella dei popoli funestati da guerre o altri flagelli. Siamo fortunati. Ma la fortuna non deve essere una scusa per lasciare che tutto affondi nelle sabbie mobili della storia e del bello. La morte non arriva sempre. e per fortuna, dal cielo e dai missili, ma anche dalla pacifica, inerte, accettazione del tutto diventato niente ma dotato di brutta