La politica culturale non si fa coi grandi eventi o con le grandi mostre. Questi, da soli, non possono sostenere una strategia di lungo periodo, ma solo nasconderne l'assenza, puntellando di straordinarietà qualcosa la politica che invece è fatta di continuità e di ordinarietà. Sarà perché ormai in Italia le grandi mostre e i grandi eventi non funzionano più, sarà perché qualcuno ha fluzalmente iniziato a guardare ciò che accade nel mondo lì fuori, è singolare (e interessante) che sin dai giorni successivi al loro varo, sia il governo centrale (per voce del vice premier Rutelli) che quello di una grande città (Napoli, sostenuto anche dall'insistenza sul tema del presidente della Regione) abbiano rilandato con forza una questione da tempo dibattuta: la cultura come risorsa. Ossia la cultura come elemento in grado di generare, per giudizio diffuso, una serie ampia e varia di ricadute positive di natura civica e sociale. Ma anche, e qui la faccenda si complica e i giudizi divergono, quale elemento in gcado di imporsi come una delle leve principali dello sviluppo economico. E' importante soffermarsi su quest'ultimo aspetto ed è fondamentale farlo in maniera concreta, scevra da pregiudizi e da equivoci, aperta a comprendere le ragioni e le opportunitàche daessapossono discendere. Anche (e soprattutto) perché, in alcuni fra i paesi che negli ultimi tempi hanno registrato significative perfomance di crescita e di competitività (Irlanda, Giappone, Canada, Spagna, Australia, paesi scandinavi, Benelux e alcune aree degliUsa) la politica culturale ha rappresentato uno degli asset portanti della politica economica, uno degli elementi centrali attorno al quali è stato pensato e sostenuto nel medio periodo lo sviluppo, mentre qui da noi, nello stesso decennio, la competività è scesa al minimo storico e la totale assenza di una politica culturale si è palesata in tutta la sua drammaticità. Quei paesi invece ci segnalano che avere una politica culturale significa in primo luogo comprendere che è in corso una radicale trasformazione dei sistemi motivazionali delle persone, per cui il tempo libero e la sua occupazione (o consumo che dir si voglia) ha assunto una centralità vitale e prioritaria per gli individui. In secondo luogo perseguire una politica culturale significa possedere una visione strategica complessiva della cultura, mettere in atto politiche non episodiche e residualiste, non conservative, ma al contrario profondamente laiche, transdisciplinari, fondate sull'unione e non sulla distinzione di arte, scienza e tecnologia. Significa, infine, pensare alla cultura come qualcosa di vivo e di dinamico, un laboratorio e una sperimentazione costanti, capaci di generare sviluppo sociale, elevazione culturale eaumento della scolarizzazione, ma anche crescila dei mercati culturali e soprattutto spill over (ricadute in forma di stimoli, contenuti e indirizzi) verso altri settori dell'economia, dai servizi, al turismo, all'industria manifatturiera in particolare. Secondo questa visione, allora, dotarsi di una politica culturale significa pensare alla cultura come una risorsa destinata alla propria collettività, significa avere una polidcn interna della cultura, ossia una visione e un progetto tesi a generare innanzitutto un clima utile e fecondo per la comunità, che, forte e consapevole del patrimonio prodotto e accumulato nel passato, si alimenta coi bisogni, le istanze e le idee generate giorno dopo giorno dalle persone e dalle imprese. Significa dare luogo a una comunità culturalmente orientata e dotarsi di un piano a lungo termine che, facendo leva su tale orientamento, rafforzi la propria presenza sullo scenario internazionale per competere sui mercati globali. In Giappone, nazione tradizionalmente orientata all'innovazione e alla tecnologia, da circa sei anni si è puntato sulla cultura come leva di sviluppo economico, attuando e finanziando (con un quota di risorse tuttavia non superiore al passato) un master plan a medio termine fondato su sei obiettivi: rilancio delle attività creative e loro sviluppo; promozione delle culture regionali; formazione delle persone nel sistema produttivo culturale; promozione della cultura giapponese e del suo contributo alla cultura globale; sviluppo di infrastrutture per la promozione della cultura giapponese. I primi risultati tangibili sono arrivati dopo appena quattro anni, con un aumento del 10 per cento dei consumi culturali interni, cui partecipa oltre il 60 per cento della popolazione, con una crescita del turismo, con una progressiva affermazione di un carattere made in Japan nella produzione di beni e di prodotti. Insomma: i giapponesi non copiano più. E da augurarsi che il rilancio della questione "cultura come risorsa" non si risolva, sia a livello centrale che a livello locale, in una sequela di buone intenzioni o, peggio ancora, in un tripudio di grandi eventi e mega mostre (a proposito: che dire della Notte Bianca una e trina?), ma si traduca invece in una politica seria e di lungo periodo, che pensiallaculturacome una leva ampia dello sviluppo e della crescita, come un'occasione per i cittadini e le imprese e non solo come attraItoreturistico (anche perché, lo dicono tutte le rilevazioni, nonostante gli investimenti, i turisti continuano a diminiuire).