I beni culturali sono una grande chance di sviluppo per l'Italia: si sa dal Rinascimento, e noi continuiamo a investire in ogni settore escluso quello. Perché? Quali sono i "mali culturali" che ci impediscono di investire nei "beni culturali" ? Azzardiamo qualche risposta. La sindrome del coniuge. 40 anni fa, circondati dalle coste più belle del mondo, i sardi si ostinavano a puntare sull'agricoltura. Per capire che la Costa Smeralda era un meraviglioso business, è dovuto arrivare un arabo. È la "sindrome del coniuge": non vedila bellezza di ciò che hai davanti tutti i giorni. Noi, da 2.000 armi, abbiamo davanti arte e cultura, e tendiamo a ignorarle: per strada, gli stranièri guardano i monumenti, gli italiani le vetrine. È dura convincere la gente che può far soldi investendo sul sub vecchio coniuge. Il pregiudizio sul denaro. Da noi vive il pregiudizio secondo cui il denaro è sporco. È vero che vogliamo tutti far soldi ma abbiamo l'idea inconscia che per riuscirci bisogna mettere le mani nel fango (per non dire di peggio). Fare soldi col bello? Con l'arte e la cultura? Non riusciamo a crederci. Per fare i soldi ci vuole un orrido capannone di cemento armato. Poi i capannoni sono vuoti e i musei pieni: ma il pregiudizio, si sa, è più forte della realtà. - Un nome sbagliato. Diciamolo: l'espressione "beni culturali" fa venire l'orchite. Fa pensare a impiegati col riporto, chiusi in uno scantinato buio a inventariare vecchi sassi. I dettagli sono tutto, un Paese non può entusiasmarsi per un futuro nei "beni culturali". Solo a scriverlo, viene l'abbiocco. Urge trovare un nuovo nome, ditelo a Rutelli. La sindrome del si sa. Ci sono tre cose che tutti dicono da 15 anni: gli arbitri aiutano la Juve, in tivù servono le raccomandazioni e il futuro del Paese sono i beni culturali. Sui primi due temi, ci siamo dati una mossa solo riascoltando nelle intercettazioni ciò che già sapevamo. Perché i servizi segreti non fabbricano un falso? Basterebbe aggiungere una frase al dialogo rubato tra Bush e Blair, tipo: «Se gli italiani puntano sulla cultura ci fanno un mazzo così». Ci metteremmo in moto di corsa. Di chi è la cultura? Facciamo un esempio banale. In Italia c'è arte ovunque: perché i ristoranti non arredano il locale con riproduzione di opere che si trovano nelle vicinanze e le istruzioni per arrivarci? Offri un servizio ai clienti, fai un locale più bello, e magari spingi il turista a restare in zona un giorno in più. No, attaccano quasi tutti croste orrende. Perché per noi italiani i beni culturali (ronf) non sono nostri. È roba dello Stato e deve pensarci lo Stato. E forse è questo il punto: si può fare sviluppo con la cultura solo quando è sentita come "nostra cultura". Se non inventano i "Mondiali dell'arte", sarà dura.
Le chance perse che ranno male alla cultura
L'articolo sostiene che i beni culturali sono una grande opportunità di sviluppo per l'Italia, ma ci sono diversi "mali culturali" che impediscono di investire in questo settore. Tra questi, la sindrome del coniuge, che consiste nel non vedere la bellezza di ciò che si ha davanti, e il pregiudizio sul denaro, che porta a pensare che fare soldi è possibile solo con metodi "sporchi". Inoltre, l'espressione "beni culturali" può essere considerata negativa e fa venire l'orchite. L'articolo conclude che per fare sviluppo con la cultura, è necessario che sia sentita come "nostra cultura" e non come "roba dello Stato".
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