PORTO CERVO. Di irregolare non c'è nulla, e ci mancherebbe pure. O, perlomeno, niente è saltato fuori dagli accertamenti dei tecnici comunali. L'ultima verifica è ancora in corso, procedura obbligata dopo l'ennesima richiesta di variante. Un atto dovuto, insomma, da parte dell'ufficio urbanistica anche se, finora, concessioni, nulla osta, autorizzazioni sono a posto. Magari qualche passaggio non del tutto cristallino c'è anche stato, ma si tratta di roba vecchia, datata e, ormai, superata dalla storia e dalle maggioranze consiliari. C'è è un fatto un edificio, in realtà sono più corpi, di 19 mila metri cubi che dal mare ha una vaga rassomiglianza con il famoso ecomostro di Punta Perotti (che era sì più alto, ma qui siamo in Sardegna), quello polverizzato dall'esplosivo qualche mese fa in Puglia, davanti a una folla festante. L'impatto di questo nuovo albergo in fase di costruzione sul piccolo promontorio che degrada dolcemente verso il mare è molto più che devastante. Ma a Cala Granu, punta estrema della Costa Smeralda, non ci sarà nessun abbattimento mirato. L'albergo ha le carte in regola, e l'aspetto estetico non è determinante perché venga cancellato. A costruirlo, non sono stati i fratelli Matarrese, bensì i fratelli Loi e lo zio Antonio Corbeddu, baroniesi di Orosei e titolari di un impero di hotel da quattro stelle in su in più angoli della terra, con quattromila dipendenti e un fatturato di tutto rispetto. Però, questo di Porto Cervo, rispetto al resto delle proprietà ha qualcosa di diverso. Intanto è in Gallura, dove non si sentiva certo il bisogno ce n'erano a sufficienza di un arrembaggio architettonico del genere. Per di più con gli infissi in alluminio. Horribile visu dicevano i latini ma, stando alle rassicurazioni arrivate in Comune, facilmente occultabile con una fitta vegetazione tipo giungla equatoriale, così, giusto per continuare a modificare il possibile. Tanto a cactus e olivastri d'importazione i galluresi hanno finito per abituarsi, e non da oggi. Nel grande cantiere aperto a due passi da un faro, si lavora a pieno ritmo, dalle sei del mattino sino alle 14, il caldo di questi giorni non permette altri orari. Alcune parti sono state intonacate all'esterno con la classica pittura invecchiata. Giallino e marroncino come ovunque, con la profilatura bianca di porte e finestre, naturalmente ad arco. Che fanno tanto banale e poco Costa Smeralda. E pensare che dietro l'esagerazione di cemento c'è una lottizzazione progettata dall'architetto Savin Couelle, figlio di Jacques l'artista amico di Pablo Picasso. Una serie di ville originali e sobrie che ricalcano un po' lo stile voluto dal principe Karim Aga Khan quando fermò gli occhi su questo angolo di Sardegna. Certo, sono passati più di quattro decenni e con essi, forse (anzi, sicuro), si è perso il gusto romantico del progetto tecnico. Anche perché, da un pezzo, non esiste alcun controllo sulle tipologie architettoniche, e ognuno fa quello che vuole. Come a Cala Granu, dove in teoria non è stato il tempo a mancare a chi ha deciso di fare l'investimento. Il piano di lottizzazione, infatti, risale al 1976, la convenzione tra società e Comune al 1980. Nel frattempo, un discreto numero di soci si è defilato (sono spariti i belgi, che erano proprietari dei cento ettari di terreno, gli arzachenesi che ne avevano comprato dei pezzi) e sono stati avviati i lavori per le infrastrutture. Che, nel 1990, cioè alla scadenza naturale del contratto, non erano state completate. Però, la convenzione era stata fatta salva sia dai Piani paesaggistici che dalla 45. Così, è stato facile chiederne il rinnovo tre anni più tardi e spaccare l'allora Consiglio comunale. Nove voti contro nove con il sindaco, Giovanni Andrea Giagoni, a determinare la scelta dell'assemblea che avrebbe potuto opporre il diniego con motivazioni serie. Non è finita qui. La prima concessione edilizia è datata 2000, sindaco Piero Filigheddu. Di lavori, a Cala Granu, neanche l'ombra. Poi, un anno e mezzo fa, la zona è stata invasa da betoniere, da camion carichi di cemento e di blocchetti. Sono arrivati glioperai e i tecnici e l'edificio ha cominciato a prender forma nel silenzio di tutti. Da ambientalisti, opposizioni e minoranze consiliari, non una parola. Come se la cosa non li riguardasse. Adesso è tardi, troppo tardi per qualsiasi iniziativa. C'è solo da sperare che il verde possa ridurre l'impatto dell'albergo. Non è il massimo ma sarà sempre meglio che nulla.