VERONA «Abbiamo rischiato di perdere per un sempre un capolavoro del Rinascimento italiano. Sarebbe bastato un sisma di lieve entità per far crollare su se stesso il dipinto». Le colonne di legno che reggono l'architrave avrebbero ceduto e la Pala del Mantegna, il trittico di «inestimabile valore» ospitato nella Basilica di San Zeno, uno tra i simboli di Verona, avrebbe forse subito ferite talmente profonde da comprometterne irrimediabilmente la struttura. L'allarme viene da Cristina Acidini, soprintendente dell'Opificio delle pietre dure di Firenze, il laboratorio di restauro all'avanguardia in Italia e all'estero che seguirà gli interventi conservativi su una delle più importanti opere dell'artista veneto a conclusione della mostra Mantegna e le Arti a Verona 1450-1500, che aprirà i battenti il 16 settembre al palazzo della Gran Guardia. Rassegna che ha richiesto tutta una serie di preventivi sopralluoghi al dipinto da parte degli esperti fiorentini, l'ultimo in ordine di tempo tre giorni fa. «I nostri tecnici hanno smontato la Pala - spiega Cristina Acidini - e hanno riscontrato come il dipinto, in alcune sue parti, sia addirittura deformato, risultato di grossolani errori commessi in passato. In pratica le diverse parti in legno che sostengono l'opera sono state montate a casaccio, era come trovarsi di fronte a un uomo dalla spina dorsale ricurva». Un'impressione confermata da Marco Ciatti, direttore della sezione dell'Opificio fiorentino che in passato ha curato il restauro di opere di Giotto, Raffaello, Caravaggio e Rubens. «Non ci aspettavamo di trovare in queste condizioni la Pala del Mantegna, con una lieve scossa di terremoto sarebbe crollato tutto quanto - aggiunge la soprintendente - Con ogni probabilità durante l'ultimo e più completo restauro del 1934, il dipinto è stato rimontato in maniera del tutto casuale, sottosopra verrebbe da dire. I quattro quintali di peso dell'opera gravano da decenni sulla cornicetta esterna in rilievo anziché sul piede della struttura, questo ha deformato del tutto le colonne che sorreggono l'architrave. Insomma un danno strutturale non da poco, di cui gli interventi di ordinaria manutenzione di questi anni non hanno tenuto conto». Ma non è finita qui. «Siamo intervenuti con quella che in gergo è definita una "fermatura" del colore poiché alcune parti del dipinto stavano per distaccarsi e si sarebbero senz'altro perse nel trasporto alla mostra - spiega ancora - E da una prima analisi radiografica è emerso come il supporto in legno sia attraversato da centinaia di asticelle in ferro e rattoppi di legno che ne minano l'insieme». Una situazione che richiederà per tutta l'estate altri piccoli interventi conservativi per permettere all'ultimo capolavoro del Mantegna, realizzato in Veneto prima del suo arrivo alla corte di Mantova, di essere esposto alla mostra che ne celebrerà i cinquecento anni dalla morte. Agli inizi del 2007, una volta chiusa la rassegna che richiamerà a Verona oltre duecento fra dipinti, disegni, incisioni e miniature da tutto il mondo, la Pala del Mantegna arriverà alla Fortezza da Basso di Firenze, dove i restauratori dell'Opificio delle Pietre dure assicurano di «riconsegnare a nuova vita» quello che definiscono un «patrimonio mondiale dell'arte».
Abbiamo rischiato di perdere Mantegna
La Pala del Mantegna, un capolavoro del Rinascimento italiano, è stato salvato da un intervento di restauro a Verona. Il dipinto, che è stato esposto alla mostra Mantegna e le Arti a Verona 1450-1500, era in pericolo di crollare a causa di un danno strutturale causato da errori di montaggio in passato. Gli esperti dell'Opificio delle pietre dure di Firenze hanno smontato il dipinto e hanno riscontrato che le diverse parti in legno che sostengono l'opera sono state montate a casaccio, causando deformità.
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