Ci risiamo. Tra Stato e Regioni è di nuovo testa a testa. Dopo il profluvio di norme, riforme e regolamenti, dopo il susseguirsi di simposi, tavole rotonde e convegni, dopo abbondantissimi studi e ricerche condotti da università, Cnr, dagli stessi organismi del ministero per i Beni e le attività culturali, e dalle Regioni sull'opportunità di fare sistema sul territorio in materia di tutela, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale, il timone ritorna al centro. Altro che devolution alle Regioni, come qualcuno aveva temuto! Né le cosiddette Bassanini né la riforma in chiave federalista del Titolo V della Costituzione (peraltro in predicato di essere ulteriormente riformata) hanno impedito che il nuovo Codice dei beni culturali operasse una netta svolta accentratrice in senso ministeriale, restituendo allo Stato la prima e l'ultima parola su vita, morte e miracoli del patrimonio culturale italiano con che finalità, è ancora tutto da chiarire , disseminando il panico tra le Regioni. È Pietro Petraroia, direttore generale Cultura della Regione Lombardia, ad affermare che il codice «fa carta straccia dell'attuale Costituzione e di tutte le Bassanini; da forma di legge (anzi, di codice) anche a disposizioni di evidente natura regolamentare su materie oggi di competenza regionale». Sono questi i primi "umori" a una presentazione ancora ufficiosa dell'atteso corpus normativo che, una volta divenuto decreto legislativo, dovrà sostituire il Testo unico dei beni culturali, già ritenuto obsoleto con i suoi quasi cinque anni di vita. Appena ha cominciato a circolare tra assessori e funzionari regionali, ma facendo breccia su un terreno reso fertile dalle dimissioni dalla commissione Trotta (artefice del codice) dei due rappresentanti delle Regioni, ha prodotto una reazione immediata. Tutt'altro che impulsiva, peraltro. Che le Regioni si stessero preparando da tempo alla battaglia lo dimostra infarti il documento «Più tutela, più valorizzazione del patrimonio culturale», approvato dagli assessori regionali con delega ai Beni culturali il 31 marzo e dalla Conferenza dei presidenti delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano l'8 maggio. Niente contrapposizione tra Stato, Regioni ed enti locali, ma piani d'intervento concordati; tutelare un bene non deve più essere solo un'autorizzazione, ma diventare una mentalità; è l'azione del ministero a garantire rigore e unitarietà nella tutela (materia su cui spetta allo Stato la funzione legislativa), ma gli enti territoriali possono concorrere con le soprintendenze in tale attività; costituzione di un corpus omogeneo di operatori, indipendentemente dall'ente di appartenenza, che operi secondo principi unitari validi su tutto il territorio. E via elencando. Secondo uno spirito di alleanza nei confronti dello Stato che ha chetato persino lo statalismo a oltranza di un'associazione storica di tutela quale Italia Nostra. È la segretaria Gaia Pallottino ad annunciare che il 20 giugno a Roma si svolgerà un convegno dal titolo emblematico «La gestione dei beni culturali tra devolution e privatizzazione» cui sono stati invitati da Salvatore Settis a Roberto Cecchi, da Massimo Montella (Regione Umbria) a Giuseppe Chiarente. Quest'ultimo, navigato conoscitore dell'universo dei beni culturali (sempre più micro, anziché macro) e da sempre convinto assertore di un'amministrazione della tutela autorevole che attribuisce in primis allo Stato la responsabilità d'indirizzo e vigilanza, non esita a definire «rozzo e iperburocratizzato» il tipo di statalismo espresso dal nuovo codice, ma anche dall'imminente riorganizzazione del ministero, e ha già deciso di intitolare il suo intervento «Burocratismo e aziendalismo». E con lui sono parecchi gli osservatori a sentirsi un po' alle strette se la partita in gioco prevede un centralismo che molto concede ai privati (attraverso fondazioni o concessioni nell'illusione di poter scaricare i salatissimi costi di gestione dei musei) e poco o nulla agli enti territoriali. Senza contare che si aggiunge caos al caos terminologico quanto ai già abbastanza controversi concetti di tutela e valorizzazione. Chi tutela può tutto (Parte prima, articolo 3): ma le forze delle soprintendenze vanno scemando a vista d'occhio e nulla fa pensare a cure ricostituenti. Anche di valorizzazione si dice molto. E qui davvero varrebbe la pena chiarire prima di scriverne, visto che l'articolo 53 del nuovo codice sancisce il trasferimento dei beni alla Patrimonio dello Stato Spa: come si sa anche con finalità di «valorizzazione». Ma in che senso? All'interno di un progetto culturale o in termini di redditività? Perché a oggi, nella normativa pubblica statale si utilizza la stessa parola per indicare due cose fra loro molto diverse.
il Sole 24 Ore
8 Giugno 2003
862003 - Sta tornando il centralismo?
SI
Silvia dell'Orso
il Sole 24 Ore
Il nuovo Codice dei beni culturali, che sostituirà il Testo unico dei beni culturali, è stato oggetto di una forte reazione delle Regioni, che hanno espresso preoccupazioni sulla sua accentratrice natura. Il codice, che sarà approvato dal Parlamento e diventerà legge, sembra fare carta straccia dell'attuale Costituzione e delle riforme precedenti, come la riforma Bassanini. Le Regioni hanno già presentato un documento, "Più tutela, più valorizzazione", che propone piani d'intervento concordati per tutelare il patrimonio culturale, ma che sembra essere in contrasto con le previsioni del nuovo codice.
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Bene culturale
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