Domanda: «Ma il restauro è finito?». Risposta: «No. È finito l'Apollo. Manca l'altro pezzo». E quando finirà? «Bah, da mo' che è fermo». E perché? Scrollata di spalle. Sospiro. Poi la sentenza, emessa da un custode sfiduciato: «Nun ce stanno i soldi». Domenica, ore 16.30, museo etrusco di Villa Giulia: luogo afflitto da una malattìa tanto più subdola perché del tipo di quelle che a prima vista non si riscontrano. Ma che pian piano ti mangiano dentro. La Villa, infatti, è un tale capolavoro (del Rinascimento, voluta da Giulio III) e il giardino con il Ninfeo son talmente belli di per sé, che uno entra e dice: «Che meraviglia». Poi, però, l'occhio del visitatore scorge pian piano tutte le magagne di una museologia umiliata, all'interno di uno dei complessi architettonici più belli del mondo. Un po' come quelle signore anziane che tentano di nascondere sotto un trucco pesante i segni del tempo. Il giardino infatti è tenuto che è uno splendore. E il perché si sa. Gli stessi funzionari nel loro s.o.s al ministero ricordano infatti che recentemente, in vista del Premio Strega, un po' di soldi per una ripulitura all'esterno si sono trovati. Ma il museo? Si prenda la sala dove è ricoverato, appunto, il gruppo dell'Apollo di Veio, celebre capolavoro del museo etrusco, di cui è uno dei due pezzi superstar. Se ne sta adagiato in una sala, con il frammento dell'Eracle in attesa di essere restaurato pure lui. La sala del restauro, al livello del Ninfeo, dovrebbe essere sempre aperta. E invece è spesso chiusa. E per vedere l'Apollo senza dover sbirciare attraverso un vetro lurido bisogna aspettare un custode comprensivo. «Siamo pochi, ora nessuno può accompagnarla, io sono sola, da qui non posso muovermi, ma se ripassa tra un po'forse arrivare un altro collega»: la donna che custodisce le sale 9 e 10 è gentile, si scusa, giustifica il disguido e ripete la litania in voga tra gli addetti: «Siamo pochi, troppo pochi, facciamo il possibile». Spiega anche, la custode, perché nella sala 9, che ospita l'opera più famosa delle collezioni, il Sarcofago degli Sposi, la teca che dovrebbe ospitare i pannelli didattici che illustrano l'opera è vuota (o meglio, un foglio c'è, ma in inglese e illustra un'altra sala): «Se li portano via». E cosi quel capolavoro resta un mistero per i non addetti ai lavori. Anche perché la guida del museo, in vendita a 13 euro, il Sarcofago ce l'ha sì in copertina, ma all'interno non se ne fa la minima menzione. L'Etrusco, inoltre, è aperto solo in parte: «Chiuse le sale 1-8. Chiuse le sale 12-18. Momentaneamente, per lavori. Scusate il disagio», si legge all'ingresso. E anche per la parte visibile, qualche intervento ci vorrebbe: scarsa manutenzione, nastri da lavoro penzolanti da ringhiere, due soli custodi per un piano (anche se nel museo le opere sono quasi tutte, ma non tutte, sotto vetro) e le testimonianze non funzionanti di un'utopia fallita (per la serie, musei tecnologici al servizio del visitatore...) anche là dove sono stati realizzati interventi recenti. Nel mezzanino, ad esempio, dove ottimi cartelli annunciano un eccellente servizio: la consultazione tramite pc di schede sul patrimonio conservato, depositi compresi. Peccato, però, che entrambi i terminali siano rotti.