Non so che rilievo avrà, ma è certamente una grande notizia che gli investigatori americani abbiano ritrovato una larga parte dei reperti archeologici che si ritenevano rubati dal museo nazionale di Bagdad. Non credo per un ordine diretto di Saddam ma per la coscienza e la passione dei curatori del museo, nell'imminenza della guerra, per tanti mesi annunciata, funzionari e custodi avevano lavorato di buona lena per chiudere gioielli, terracotte, bronzi, ori, tavolette in 179 casse che erano state messe al sicuro in banca. E tali sono rimaste sino ad oggi, se è vero che, nell'incertezza delle vicende politiche, esse non erano ancora riemerse, determinando fiumi di parole in libertà, su fogli generalmente male informati come l'Unità e L'Espresso, sull'ignoranza degli americani e sulla loro responsabilità nei saccheggi. Richiesto in molte occasioni di commentare queste vicende, io mi ero sempre trattenuto da facili considerazioni. Sono invece felice di potere prendere atto di questa conclusione di una storia che sarebbe stata dolorosa, anche se era evidente che i beni preziosi del museo non avevano patito la selvaggia devastazione (che ho verificato con i miei occhi) del museo di Kabul, ma che le opere che si ritenevano trafugate sarebbero poi riemerse sul mercato antiquario, disperdendosi in collezioni che avrebbero reso più difficile l'accesso e lo studio delle opere. Ma già da molti anni il museo era chiuso e inaccessibile, sommariamente ordinato e a disposizione degli studiosi con molte difficoltà, nonostante la propaganda del regime che aveva, non si sa bene per chi, inaugurato un nuovo percorso espositivo. Ora, dopo i mesi di sconforto e di paura, la riapparizione di gran parte delle opere del museo potrà consentire agli americani di riordinare e di sistemare materiali preziosissimi di cui la percezione degli iracheni non può che essere parziale. Osservavo infatti che è perdonabile che un musulmano sia indifferente alle testimonianze assiro-babilonesi, e che veda o abbia visto il museo di Bagdad come il luogo di una civiltà per lui straniera, in riferimento ad immagini in cui l'uomo viene rappresentato nella gloria della sua azione. Proprio la dimensione di centralità dell'uomo rispetto alla concezione islamica dell'arte della decorazione dell'architettura, che rifugge dalla rappresentazione dell'uomo rende i due mondi talmente lontani che difficilmente il cittadino di Bagdad può sentire quel patrimonio come suo: la civiltà islamica è un altro mondo, e quelle testimonianze storielle non corrispondono alle radici di un iracheno di oggi. Fra il Tigri e l'Eufrate è cresciuta una grande civiltà che ha posto le basi perla civiltà occidentale, e quindi noi sentiamo nostro quel patrimonio più di un cittadino di Bagdad che lo sente come un valore lontano, estraneo. Se ci fosse stato un saccheggio come quello annunciato, esso avrebbe investito soprattutto la responsabilità degli americani che, come è noto, si erano prodigati a proteggere il ministero del Petrolio e i relativi pozzi, non dimostrando altrettanto zelo per difendere i beni del museo. È' una visione materialistica. Ma di ogni civiltà il valore primo è la storia, sono i musei. E lo sanno bene gli americani che ne hanno fatto santuari dove tutte le testimonianze, dall'egizia, all'aborigena, sono protette come valori universali. In una visione totalmente laica non si danno valori spirituali se non nelle cose in cui si sono calati: non c'è un Raffaello che esiste nell'anima, c'è un Raffaello che è su quei muri, nelle Stanze vaticane, e questa dimensione materiale dello spirito è assolutamente determinante. Non si può evitare di riconoscere che uno dei compiti principali delle culture egemoni è salvare la memoria, perché ignorare il passato significa essere incapaci di comprendere il presente. Gli americani sono pratici, hanno una terra che non ha avuto la storia e l'arte dell'Europa o della Mesopotamia. Per questo potrebbe essere difficile per loro capire fino in fondo un patrimonio. Ma si può davvero credere che la prima civiltà del nostro tempo sia insensibile a difendere culture lontane? È chiaro che una volta che si sia deciso di fare la guerra all'Irak, di bombardare, si fa un'azione militare di discutibile moralità ma che rientra in una strategia «logica» dal punto di vista politico. Sappiamo che quando si bombardano le città come è accaduto in Italia durante la seconda guerra mondiale, si salvano alcuni edifici ritenuti intoccabili È' quindi evidente che, nei bombardamenti di Bagdad, un obiettivo che era stato dichiarato protetto era certamente il museo. Come si può pensare, che una volta preservato dai bombardamenti, esso potesse essere lasciato nelle mani dei vandali e dei ladri? È' stato dunque facile rimproverare agli americani di non avere difeso il museo. Quelle maschere d'oro, quelle tavolette, quegli avori non sono soltanto il riferimento superstite di una grande civiltà, ma hanno anche un altissimo valore economico. Ed è proprio un occidentale che non può tollerare che testimonianze sumere, assiro-babilonesi, così come le città di Nimrud, di Ur, di Babilonia siano devastate, bombardate, saccheggiate. Non si può ritenere che i valori materiali, il petrolio, su cui l'economia prospera siano più importanti dei valori spirituali, dei monumenti. Aver lasciato il museo di Bagdad in balìa di gente disperata sarebbe stato un gravissimo errore, un segnale di colpevole indifferenza. Oggi possiamo esultare, anche perché saranno gli italiani a valutare ciò che è stato ritrovato e ad assumere la responsabilità di riordinarlo, restaurarlo e farlo meglio conoscere. Gli americani, dopo la difficile scelta della guerra, si sono liberati del sospetto dell'infamia più grave: la leggerezza e l'indifferenza culturale.
La favola anti Usa dei saccheggi d'arte a Bagdad
Gli investigatori americani hanno ritrovato una larga parte dei reperti archeologici del museo nazionale di Bagdad, che erano stati messi al sicuro in banca all'imminenza della guerra. Il museo era stato chiuso e inaccessibile, e le opere erano state considerate rubate. La riapparizione delle opere potrà consentire agli americani di riordinare e sistemare materiali preziosissimi. Il curatore del museo, che aveva lavorato di buona lena per chiudere i reperti in 179 casse, è stato elogiato per la sua passione e la sua coscienza. La storia del museo è stata dolorosa, ma la riapparizione delle opere potrà consentire agli americani di comprendere meglio la civiltà sumera e assira.
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