Nella Ravello amata da Wagner, Garbo e Rostropovich ed in seno al suo Festival, gioiello campano dal budget di 2.200.000 euro assicurato per il 68 per cento da finanziamenti privati, l'imprenditore barese Giancarlo Di Paola è stato appena nominato direttore generale della prima Scuola di specializzazione per il Management culturale in Italia. Amministratore delegato di Svimservice e coordinatore del Club delle Imprese per la Cultura di Confindustria-Bari, Di Paola ha già preso il timone di questa costola del Festival che, a dirla con Domenico De Masi, presidente della Fondazione Ravello e docente di Sociologia del lavoro alla «Sapienza» di Roma, offre «un modello di vita libero dai deliri della competitività distruttiva e dell'attivismo insensato». Il Festival infatti ospita per ottantacinque giorni (da fine giugno a settembre) ben 107 eventi ed ottocento tra i migliori artisti e scienziati d'ogni nazionalità e ambito, dall'arte figurativa al balletto, dalla musica da camera alla «cinemusic». «In Italia ci sono tanti master per cultural management e ci sono molti festival ma non c'era finora un master legato ad un festival - ci spiega Di Paola -. L'idea è partita dalla volontà di qualificare il lavoro dei volontari che normalmente prestano i loro servizi al Festival e dall'impegno a trasformare questa loro esperienza, che il più delle volte è effimera, in un vero e proprio percorso formativo e professionale». I corsisti vivranno sino a settembre inoltrato fianco a fianco con personaggi come il compositore argentino Luis Bacalov, il violinista Gaetano De Logu, il coreografo Roland Petit e con loro potranno condividere emozioni, conoscere dalla loro viva voce come hanno iniziato e i «segreti del mestiere». «Sì. La Scuola che dirigo da pochi giorni non ha nulla a che vedere con i master che impegnano magari per poche ore e per cinque giorni alla settimana: qui si si prende consapevolezza di un nuovo modo di fare impresa. Corpo, mente e cuore sono in full immersion con l'ozio creativo, 24 ore su 24 e per ottantacinque giorni». Chi sono gli iscritti di quest'anno? «Trenta ragazzi, per lo più laureati in Scienze della comunicazione, campani, della costiera. Ma ci sono anche brasiliani, croati, romani, bresciani e un pugliese. Per quest'anno dovranno sopportare solo le spese di soggiorno, ma dall'anno prossimo iscriversi alla Scuola costerà intorno ai 4-5000 euro». Come sono scandite le giornate degli allievi? «Al mattino la "bottega": si monta il palco, si capisce come funziona una biglietteria o come si gestisce l'accompagnamento del pubblico. Poi i ragazzi seguono le prove dei concerti serali che danno la possibilità, unica, di vivere fianco a fianco con i grandi artisti quel momento magico: una condivisione di cui chi saprà, farà tesoro». Ed i momenti dedicati alla didattica? «Saranno a cura degli ospiti del Festival. Oltre a maestri e compositori, cvi saranno critici d'arte come Sgarbi o Bonito Oliva, personaggi come Evelina Christillin, presidente del Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Torino o Andrea Pontremoli, presidente e amministratore delegato IBM Italia che terranno vere e proprie lezioni sulle singole materie di competenza, ma spiegheranno anche come sono diventati quello che sono, gli ostacoli che hanno dovuto superare». E a fine giornata ci sono i concerti? «È il momento più bello, l'evento del festival. I ragazzi della Scuola lo seguono con attenzione perché all'indomani mattina c'è il mio debriefing , una discussione a posteriori durante la quale verifichiamo i margini di miglioramento dell'evento». Come definirebbe il suo compito? «Coordino questa grande orchestra d'occasioni e incontri. Seguo con i ragazzi la magia di improvvise sessioni di lavoro che la presenza di importanti personaggi del mondo della cultura fa diventare realtà». Come mai questa direzione è stata affidata a lei? «Nelle intenzioni dei vertici del Festival, la Scuola doveva essere affidata ad un manager della formazione e della tecnologia e non ad un artista. Il mio impegno e la mia passione per la cultura hanno fatto il resto». Qual è il suo obiettivo? «Conto di fare a Ravello una grande esperienza per poter poi creare una sorta di gemellaggio e riproporre a Bari, già l'anno prossimo, lo stesso modello di Scuola legata ad un festival». Quale festival pugliese pensa possa costituire un riferimento? «Il Festival della Valle d'Itria e non è difficile immaginare che questi grandi personaggi del mondo della cultura, dopo aver fatto tappa a Ravello, raggiungano la Puglia per ulteriori occasioni di incontro e in un modello di festival simile». Tra gli obiettivi della «sua» Scuola c'è quello di formare i manager alla cultura anche nel futuro prossimo della Puglia? «Pensiamo di formare i futuri professionisti della gestione di musei: la nuova legislazione sui beni culturali consente alle aziende di adottare un museo e le aziende pugliesi che volessero compiere questo passo avrebbero grazie a questa scuola del personale di qualità». E dell'impegno ad educare e formare un pubblico competente? «Pensare ad un festival di altissimo livello significa poter contare su un pubblico d'élite e su uno di massa: due realtà che non configgono ma che sono complementari. Certo, un pubblico che ascolta un concerto ogni sei mesi non è un pubblico. Ma se i concerti entrano a far parte della vita quotidiana?». Un «cultural manager» presta attenzione anche all'indotto che sottende all'evento culturale, alle strutture alberghiere, ai trasporti? «In questo Ravello rappresenta un sistema perfetto: si fa in modo che un prodotto di altissimo livello possa essere usufruito sia da chi ha molti soldi sia da chi non ne ha. Ciò si rende possibile grazie ad un servizio tale per cui chi ha i mezzi paga il costo differenziale di chi non ne ha».