"Nel caveau della Banca centrale abbiamo scoperto il tesoro di Saddam, quei 70 chili d'oro massiccio della collezione di Nimrod che, assieme alla tomba di Tutankamon, rappresentano la maggiore scoperta archeologica della Storia". Il ministro plenipotenziario Piero Cordone (direttore del Dipartimento dei beni culturali dell'Iraq post-belllico) rivela risultati e retroscena dell'opera di recupero del patrimonio artistico. Ministro, perché considera anche lei un «disastro evitato» il saccheggio del Museo Archeologico, scrigno della millenaria civiltà mesopotamica? «Abbiamo censito i pezzi trafugati e ci siamo accorti che, in realtà, a ridosso del conflitto, le autorità irachene avevano fatto togliere dalle bacheche oltre ottomila reperti: sono stati nascosti in un immenso deposito che poi è stato murato. Così, a guerra finita, i danni effettivi provocati dai ladri risultano ridotti rispetto alla ferocia della razzia. Ho appena ricevuto le conclusioni della commissione d'inchiesta istituita dal Dipartimento di Stato attraverso le procure e le dogane americane. 1200 opere (una trentina di immenso valore) sono state recuperate ai confini con Giordania e Siria oppure restituite dai saccheggiatori. Ne mancano ancora all'appello 2000, quasi tutto materiale che prima non era esposto al pubblico ed era usato per motivi di studio». Cosa è accaduto, invece, alla Banca dell'Iraq? «Sotto mezzo metro d'acqua abbiamo trovato il vero tesoro del dittatore, ossia i 650 monili d'oro di Nimrod, un'inestimabile raccolta di gioielli di finissima fattura. Alla vigilia di "Desert Storm", era stato messo in salvo nel caveau. Le infiltrazioni del fiume che costeggia l'edificio più blindato del regime hanno minacciato questo favoloso patrimonio archeologico. Tra venti giorni lo mostreremo per un giorno ai media mondiali, poi, sarà di nuovo depositato: finché la situazione non sarà normalizzata, è impensabile un'esposizione pubblica». Quali sono le prossime tappe? «A settembre, poi, riprenderanno i lavori negli scavi verranno aperte due gallerie dedicate alla civiltà dei Sumeri. A Baghdad ci sono reperti per svariati miliardi di dollari, che risalgono sino a 10.000 anni fa. Non si può metterli a rischio di ulteriori furti. Comunque, il nostro impegno è di riaprire in autunno il Museo nazionale depredato e saccheggiato nei giorni successivi alla caduta di Saddam. Una riapertura magari parziale, che metta in luce la ripresa dell'attività culturale in Italia. Il museo di Baghdad, il più grande del Medio Oriente, raccoglie oltre 200.000 manufatti, che sono testimonianza delle culture fiorite tra le rive del Tigri e dell'Eufrate. E' la culla della civiltà occidentale, dove la fertilità del terreno rese possibile l'agricoltura, e quindi l'abbandono del nomadismo e la nascita dei primi nuclei urbani e delle prime strutture sociali complesse». L'arte come simbolo di rinascita dell'Iraq? «Sì. Questo è un Paese ricco di capolavori che dal 7000 a.C. al 1000 d.C. narrano i progressi delle civiltà uruk, sumera, assiro-babilonese, persiana, della tribù nomade dei Caldei da cui proveniva Abramo e dei primi islamici; dove hanno lasciato tracce monumentali anche i persiani di Ciro e di Serse, i greci d'Alessandro e i Seleucidi che gli sono succeduti, e poi i romani, i bizantini, fino agli arabi e ai turchi. Baghdad è luogo che fu ideale pure per gli insediamenti antichi: dei quindicimila siti, solo parzialmente sottoposti a scavo, una gran parte sono stati inglobati nell'abitato dopo la grande espansione del 1970. Specie nell'ultimo decennio, il regime ha lasciato nell'incuria i reperti conservati nei sotterranei umidi dei musei, come le 120.000 tavolette di scrittura cuneiforme. Ora la rinascita dell'Iraq passa anche dal ritorno di questo patrimonio al suo antico splendore».