Cominciamo dall'inizio: che cos'è, un bene culturale? «E' la storia, la tradizione, l'identità, ciò che connota il nostro Paese, inteso sia come grande Italia che come piccolo centro. E' quindi il grande monumento, la grande cattedrale, insieme alla chiesa parrocchiale, al piccolo scavo archeologico. E' l'unione di tutto questo, l'insieme delle diverse testimonianze. Il punto non è che l'Italia ha il maggior numero di opere d'arte al mondo, o le più belle... Il punto è un altro: il nostro Paese è un eccezionale "museo diffuso", un insieme di opere grandi e piccole che, tutte insieme, lo rendono una realtà speciale. Da preservare e valorizzare». Antonio Paolucci, sovrintendente, ex ministro per i Beni culturali, responsabile dei restauri della Basilica di Assisi dopo il terremoto, oggi guida il polo dei musei fiorentini. Parla volentieri di patrimonio artistico e di beni culturali. «L'Italia è un Paese con una caratteristica unica, unitaria. E contemporaneamente un insieme di piccole patrie, che sono orgogliose della loro identità, come sa qualsiasi sindaco. L'identità locale è un bene prezioso, essendo l'unico scudo efficace contro la devastazione di ponti, strade, ciminiere e capannoni tutti uguali». Dal '93, dalla legge Ronchey a oggi, molto si è fatto. I musei sono meno polverosi e immobili di un tempo, hanno orati accettabili e caffè accoglienti. A che cosa puntare, nei prossimi 10 anni? «Al paesaggio, alla tutela del paesaggio. II vostro giornale sta a Milano, provate a salire sulla guglia dell'Abbazia di Chiaravalle. Dominate un paesaggio di campi e risaie intervallate da pioppi. Lo stesso che dipingeva Borgognone nei primi del '500. Fino agli anni '50 tutto il paesaggio italiano era come lo avevano visto Stendhal e Goethe. Oggi si deve preservare il poco che sopravvive. Ma per fare questo, si devono evitare i localismi. La tutela del patrimonio deve restare centrale. Un sindaco, costruisce una ciminiera, avendo ricevuto i voti dei suoi elettori... Impossibile non capirlo. Così, però, agisce localmente, senza un progetto generale. Il nostro museo diffuso non può essere gestito a livello regionale o ancora più locale». Quali prospettive professionali per i giovani che si laureano nel settore dei beni culturali? «Purtroppo devo dire che la nostra nuova attenzione al patrimonio artistico, l'emergere, finalmente, di una coscienza politica, civile e culturale nel nostro Paese non si è ancora tramutata in lavoro sicuro. Per un giovane restauratore, tecnico della tutela, storico dell'arte le prospettive di lavoro sono modeste. La nostra attenzione verso questi giovani appassionati non e all'altezza del loro entusiasmo. Siamo un po' ipocriti in questo, e mi dispiace, perché c'è tanto interesse, tanta passione in loro». Qualche esempio positivo? «Montefalco, in Umbria. Un luogo splendido, molto vicino al Paradiso. Centro storico intatto, chiesa-museo con affreschi francescani secondi solo a quelli di Assisi. Si è creata una cooperativa di giovani che, anche grazie a finanziamenti diversi, gestisce il tutto e si guadagna da vivere. Altri esempi ci sono a Pienza, in tante altre città. Ma sono come palle di neve... Io vorrei una valanga». E l'arte contemporanea? Anche in Italia si vede qualcosa... «Sì, Castello di Ri'voli, Mart di Rovereto, ma anche il Pecci a Prato, la sezione contemporanea alla Reggia a Napoli... Comincia a muoversi qualcosa e devo dire che è proprio Milano oggi, che resta un po' indietro. L'arte contemporanea ha bisogno di spazi grandi, di sedi appropriate e di esprimersi con grande libertà. Ma anch'essa, si arricchisce del contatto continuo con i monumenti storici e il territorio. Torniamo al museo diffuso». Oggi sembra che l'arte debba passare attraverso le grandi mostre, più che nei musei e le piccole collezioni... -«Vero, quello delle mostre è diventato un grande businness. E c'è di tutto, dall'eccellenza alla scarsa qualità. Il guaio è che non si ha rispetto per il pubblico. Oggi si entra in queste mostre come in chiesa, come in una biblioteca di libri preziosissimi, senza che qualcuno ti insegni a leggerli. E spesso con brutti cataloghi, supporti didattici inesistenti. Siamo tutti intenti, come organizzatori, a rincorrere incassi e schermaglie tra colleghi, tramite gli scritti del catalogo. SÌ deve dare di più al pubblico». E la musica? «Stesso discorso. Se pensiamo a Puccini, che conoscono in tutto il mondo, o a Palladio, che è stato ripreso nell'edificio della Casa Bianca e a San Pietroburgo, abbiamo un altro esempio dell'unicità del nostro patrimonio. Molto si dovrebbe fare, già nelle scuole». Il futuro? «Sto aspettando il regolamento per partire finalmente con l'autonomia gestionale dei musei fiorentini. E' importante, perché consente, per esempio, di reinvestire qui l'incasso degli ingressi, che da noi è cifra consistente. C'è tanto da fare. E magari chiudere la questione dei nuovi Uffizi. Dell'ampliamento della Galleria, se ne parla da mezzo secolo...».
Antonio Paolucci, ex ministro e sovrintendente: Così il museo diffuso potrà creare lavoro
Antonio Paolucci, sovrintendente e ex ministro per i Beni culturali, parla del patrimonio artistico e culturale italiano. L'Italia è un paese con una caratteristica unica, unitaria, e contemporaneamente un insieme di piccole patrie che sono orgogliose della loro identità. Il patrimonio culturale è un bene prezioso che deve essere preservato e valorizzato. Paolucci sostiene che la tutela del patrimonio deve restare centrale e che non si deve evitare i localismi. Anche l'arte contemporanea ha bisogno di spazi grandi e di sedi appropriate per esprimersi con grande libertà. Il museo diffuso è un esempio di come il patrimonio culturale possa essere valorizzato e preservato.
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