Considerato che la musa artistica dell'amministrazione Clinton fu Linda Bloodworth-Thomason, creatrice della sitcom Designing Women, la nomina di Bo Derek da parte di George Bush nel Consiglio del Kennedy Cen ter for the Performing Arts difficilmente potrebbe essere considerata alla stregua di una rottura con la tradizione. A Washington, infatti, la cultura è sempre stata definita un affare di donne, anzi, un compito che spetta alle First Ladies. Fu Jacqueline Kennedy a portare Pablo Casals nell'East Room, non suo marito, che festeggiò il suo insediamento con una esibizione da urlo dei Rat Pack. E ' stata Laura Bush ad invitare alla Casa Bianca gli scrittori, non il presidente, al cui concerto di inaugurazione suonarono Andrew Lloyd, Ricky Martin e Wayne Newton. Ad un certo punto, però, il fragile e pacchiano rapporto di Washington con la cultura deve pur smettere di essere una burla. Il momento è venuto. Sono trascorsi due mesi da quando il mondo ha visto come l'America abbia mancato di proteggere il museo di Bagdad dai ladri e dai vandali, eppure i tesori iracheni continuano tuttora ad essere saccheggiati, questa volta prelevati direttamente nei siti archeologici. Secondo quanto ha riferito l'Economist, il diplomatico italiano che gli Stati Uniti hanno incaricato di occuparsi dei beni culturali iracheni sta tenendo nascoste le reali dimensioni di questo nuovo fiasco, rifiutando ai giornalisti il permesso di accompagnarlo in elicottero nei suoi sopralluoghi sulla scena di questi nuovi crimini. Nel frattempo, i saccheggi continuano: ogni giorno noi tutti perdiamo sempre più reperti della nostra memoria collettiva, delle nostre radici religiose, letterarie e artistiche risalenti ai secoli prima di Cristo. Come se tutto ciò non bastasse, il governo sta cercando di mascherare le sue colpe e le sue responsabilità riguardanti la dissacrazione di Bagdad, e lancia fumo negli occhi. Il 7 maggio il generale di corpo d'armata William Wallace riferì ai giornalisti che nel Museo Nazionale della capitale irachena erano scomparsi «appena 17 oggetti» un numero talmente esiguo da consentire ai sostenitori dell'amministrazione di sdrammatizzare l'entità della tragedia. Tuttavia questa ed altre stime al ribasso delle perdite subite, sono come la settimana scorsa ha accertato e riferito all'International Herald Tribune un perito dell'Unesco una «distorsione della realtà». Un team di esperti delle Nazioni Unite, infatti, ha appurato che almeno 2-3.000 opere sono state portate via dal museo e che tutti i due milioni di volumi contenuti nella Biblioteca Nazionale e negli Archivi di Bagdad sono stati ridotti in cenere. «Queste cifre non sembrano poi cosi terribili soltanto se le si confronta con le più disastrose stime iniziali», spiega uno di loro, John Russell del Massachusetts College of Art. «Non tutto è stato rubato, ma i pezzi più importanti sono spariti». Un'altra deroga alle responsabilità nei confronti della cultura di Washington, che avrà ripercussioni più vicino a casa, sta probabilmente per essere annunciata ufficialmente. La Commissipne Federale per le Comunicazioni (FCC) dovrebbe molto presto conferire maggiori poteri ai giganti della comunicazione quali Viacom e News Corporation, consentendo loro di fare il bello e il cattivo tempo in televisione. Una frode è in atto da tempo. Il Centro per l'Integrità pubblica ha infarti rivelato che i controllori e i responsabili della FCC incaricati di prendere simili decisioni hanno già goduto di parecchi viaggi di piacere, per un valore di circa 2,8 milioni di dollari (in tutto circa 2.500 viaggi a spese altrui, quasi tutti a Las Vegas), pagati dalla società stessa che avrebbero dovuto tenere sono controllo. Michael Powell, il presidente dell'agenzia nominato direttamente da Bush, ha scroccato circa 44 viaggi, incontrando" i "mogol" dello show-business, anche se ha rifiutato di essere ufficialmente interrogato a questo proposito. Il prototipo ideale di questa politica a porte chiuse è la task force petrolifera segreta di Dick Cheney, grazie a cui i dirigenti della Enron trovarono le porte spalancate per la bella vita, mentre gli ambientalisti ricevettero liquidazioni striminzite, se mai le ricevettero. Le grosse conglomerate dell'intrattenimento americano necessitano forse dello stesso genere di favori governativi elargiti alla Halliburton? Variety ha riportato la notizia che nel 2002 anno di recessione i sette principali studios di Hollywood hanno registrato un aumento del 18 per cento dei loro introiti. L'influenza di queste società è già così invasiva che le istituzioni artistiche dedite alla musica classica, alla danza e al teatro riescono a farsi udire a stento al di sopra del loro frastuono. Nel nuovo numero di The Hudson Review, un critico si è espresso in questi termini: «Ormai la nostra cultura così commerciale, così orientata e fondata sull'intrattenimento televisivo, ha volgarizzato e deprezzato qualsiasi forma di discorso pubblico». Il critico ha riferito i dati di un recente studio, secondo cui l'americano medio trascorre leggendo 24 minuti al giorno «non libri, ma qualsiasi cosa» dai programmi televisivi ai consigli dietetici a fronte di «oltre quattro ore giornaliere trascorse davanti alla televisione e altre tre di ascolto della radio». Autore di questo deplorevole atto di accusa al profilo culturale degli Stati Uniti è, guarda caso, egli stesso membro dell'amministrazione Bush: si tratta di Dana Gioia, entrato in carica alla presidenza del National Endowment for the Arts durante i preparativi per la guerra in Iraq. Nelle settimane che sono seguite da allora, ho trascorso parecchie ore parlando con lui a New York e a Washington, conversazioni che ho trovato assai affascinanti. L'unico argomento sul quale si è astenuto dal farmi un'esposizione a tutto campo è il mistero su come sia potuto finire in questa amministrazione. Gioia, 52 anni, è una contraddizione vivente. Proviene da una famiglia proletaria italo-messicana di Los Angeles, e per 15 anni è stato business executive della General Foods, mentre cercava al contempo di farsi strada come poeta e saggista. Ha studiato con Elizabeth Bishop e Robert Fitzgerald, ma ha venduto anche gelatina Jell'O. E' un repubblicano, ha votato per Bush, tuttavia confessa che «le uniche persone a cui ho mai dato un contributo in denaro sono i candidati Ver di». Da vero critico è un fiero paladino degli standard letterari tradizionali, nonostante si dia molta pena a prendere le distanze dagli snob "neo-con" (neo-conservatori) che regolarmente disprezzano la cultura pop. Gioia non condivide neppure le sgradevoli battaglie culturali che abbracciò gente come Lynne Cheney e William Bennett. Molte di quelle battaglie in un modo o in un altro riguardarono i finanziamenti che il National Endowment for the Arts concedeva a progetti artistici aventi un contenuto sessuale, in special modo omosessuale. Gioia non intende entrare nel merito. «Se le indagini dell'Fbi su di me hanno mai provato qualcosa, è che circa la metà dei miei amici e in molti casi dei miei collaboratori sono gay, come Alva Henderson, che ha scritto un'opera con me. Oggigiorno, in America, come è possibile realizzare qualcosa se si è omofobici? E' impossibile. Qualcuno non vuole fare una commedia perché è una commedia gay? Bene, che apra gli occhi! Questa è l'America. E' tutto qui. Noi sponsorizziamo l'Arte per tutti .gli americani». Un urrà, tuttavia, Gioia lo riserva per il mercato culturale non per nulla è repubblicano. «Se si crea un sistema in cui il mercato non opera nel settore delle belle arti, si genera quel tipo di stagnazione istituzionale riscontrabile, per esempio, in molti paesi europei», dichiara, pur ammettendone i rischi. «Se è il mercato a dettar legge nel settore delle arti, le si mette in grave pericolo». L'antidoto suggerito da Gioia, analogamente a ciò che hanno fatto quasi tutti i suoi predecessori, è quello di aumentare il budget per l'assegnazione di sovvenzioni e di espandere l'insegnamento artistico. Tuttavia, in un'epoca in cui i programmi artistici di ogni genere cadono preda della morsa fiscale, le sovvenzioni non sarebbero poi molto diverse anche moltiplicando per tre l'attuale ridicolo stanziamento (117 milioni di dollari). Aggiungiamo le catastrofiche sventure pecuniarie di istituti culturali americani alla crescente strozzatura esercitata dai colossi dei media, che tolgono loro ossigeno, ed ecco la crisi. Che cosa potrà mai fare a tal proposito Dana Gioia? Potrebbe scuotere Washington facendo uso della virtù che lo ha reso celebre come scrittore, la forza delle sue idee.Un saggio leggendariamente molto polemico, scritto per la rivista The Atlantic nel 1991, e intitolato La poesia conta?, innescò un dibattito sui meriti dell'establishment poetico accademico che andò avanti per anni. Se da un lato egli esplora con grande chiarezza tutti gli aspetti della cultura, compreso quella che egli definisce la «straziante» distruzione avvenuta in Iraq, suo compito dovrebbe essere quello di far arrivare ad un più vasto pubblico tutta l'urgenza della sua visione. Sarà in grado di farlo? D'istinto, ovviamente, la risposta è no. Sembrerebbe condannato, come lo è del resto un altro Verde nominato dall'amministrazione, Christie Whitman, il capo dell'Agenzia per la Protezione Ambientale in procinto di lasciare il suo posto. Gioia è troppo intelligente per non accorgersi che con questa amministrazione le biblioteche non si stanno espandendo ma stanno chiudendo, nonostante tutti gli sforzi dell'attuale First Lady, una ex bibliotecaria. E' troppo coscienzioso per starsene in disparte mentre Rupert Murdoch in patria ammassa sempre più potere e mentre i saccheggiatori razziano la cultura del 51esimo Stato americano, l'Iraq. «Indice di misura di una grande nazione non sono soltanto la sua ricchezza e il suo potere, ma anche la sua civiltà,» dichiarò Gioia davanti al Congresso a marzo. Pare proprio che la pensi così. Criterio di valutazione del suo incarico a Washington sarà la misura con cui riuscirà a contrastare quelle politiche dell'amministrazione che danneggiano il nostro livello di civiltà, piuttosto che fornire loro una semplice copertura retorica. Traduzione di Anna Bissanti