Doveva essere un'intervista. È diventata una sorta di sfogo. Perché solo a sentir nominare Bagdad, il suo Museo (che dovrebbe riaprire, sia pure parzialmente, a settembre), le tanto amate tavolette cuneiformi, Claudio Saporetti, docente di Assiriologia a Pisa e a Vìterbo, si trasforma in un fiume in piena. Troppa l'amarezza per la sorte dei preziosi reperti, troppo il dolore per un patrimonio che l'umanità ha forse perso per sempre. Professore, parliamo un po' di Iraq. «Prima una premessa. Io non sono antiamericano, tutt'altro. Nutro un enorme affetto per gli Stati Uniti, per i loro valori di libertà e democrazia, per quello che hanno fatto per noi dal piano Marshall in poi. Sono una nazione giovane, che ama l'arte e la natura. E la scuola di Chicago è un punto di riferimento per tutti gli studiosi del Vicino Oriente Antico...». Epperò «Hanno anche loro molti problemi, dai piccoli agli enormi, dall'elefantiasi dei corpi alla permanenza dei ghetti. E soprattutto sono, sotto certi aspetti, presuntuosi. A volte danno l'impressione di credere di essere sempre e comunque nel giusto, e di usare quindi la loro forza senza meditare il necessario, e dunque senza badare alle conseguenze. Sembra che sottovalutino tutto ciò che non è made in Usa, e che non se ne rendano nemmeno conto. Potrebbero assomigliare talvolta a dei bambini viziati che dichiarano guerra al mondo perché gli hanno sfasciato il giocattolino». Oddio, le Twin Towers «Per carità, 1' 11 settembre è stata una tragedia immane e il paragone che sto per fare, come tutti i paragoni, è inadeguato, lo so. Però la reazione americana mi ricorda quella del Ciclope che tira fendenti a vuoto. Hanno attaccato l'Afghanistan e Bin Laden non è stato beccato, il burqa è ancora in uso, le prigioni sono ancora piene di donne violentate (e non dei loro violentatori!), la coltivazione dell'oppio è ripresa alla grande. Hanno occupato l'Iraq, ma nemmeno Saddam è stato catturato; anzi, a lui, a un dittatore sanguinario, gli hanno fatto fare la figura di un agnello braccato dai lupi; e intanto ricomincia il colera ed emerge il banditismo, ci saranno altre guerre civili.. Un quadro fosco. È che gli Usa non sanno ascoltare. Non hanno ascoltato chi diceva loro di togliere le sanzioni all'Iraq e di risolvere la questione palestinese. Solo ora, dopo la guerra a due Stati, si tolgono le sanzioni e si rimette mano al problema palestinese. Non si poteva farlo prima?». Perché gli alleati non hanno impedito il saccheggio del Museo di Bagdad? «Per ignoranza, un'ignoranza che non ha giustificazioni. Hanno difeso i pozzi di petrolio, e il Ministero del petrolio, ma dei beni archeologici se ne sono dimenticati bellamente». Pare sia stato mirato, fatto da esperti, su commissione. «Può essere, ma per ora non lo credo. Sarebbe servita la complicità della direttrice del Museo e del personale. Io li conosco bene, sono persone non compromesse con il regime, integerrime. Certo, sono stati razziati pezzi stupendi e ripristinare l'antico splendore sarà impossibile: ormai i buoi sono fuggiti dalla stalla. Ci sarà un notevole smercio nel mercato clandestino e anche i pezzi unici, in teoria invendibili, troveranno qualche acquirente miliardario, che poi li terrà nascosti per goderseli in solitudine. Al mondo resteranno solo orrendi calchi, come quelli che ho in casa mia». Ma gli iracheni, la massa semianalfabeta, vede i tesori antichi come un patrimonio nazionale? «Prima del 1991 mi è sembrato di sì. Il Museo era visitatissimo, anche dalle scolaresche, e il popolo sembrava partecipe della gloria passata, anche perché Saddam teneva a farsi rappresentare come un novello Nabucodonosor. Poi, certo, le priorità sono diventate altre, la sopravvivenza». A salvare il salvabile è stato chiamato mi italiano, l'ambasciatore Piero Cordone. «Ho parlato con lui qualche giorno fa, e penso di raggiungerlo tra poco a Bagdad, all'ambasciata ungherese, dove è sistemata la nostra rappresentanza diplomatica. E' una persona molto preparata, adatta al difficile compito che lo aspetta». Quali sono le priorità? «Innanzitutto fare un catalogo dei beni perduti, controllare i caveaux e lo stato dei reperti, poi salvaguardare i siti abbandonati nel deserto e protetti solo da insufficienti custodi. Inoltre andrebbe fatta attenzione particolare alle tavolette cuneiformi, che non attirano l'interesse dell'opinione pubblica (una statua possiede molto più appeal), ma sono fondamentali per la conoscenza delle civiltà del Vicino Oriente Antico».