Polemiche. Il 73 per cento del Fondo unico per lo spettacolo, 350 milioni di euro, viene destinato ai privati. In Francia la cifra è di oltre 900 milioni Luca De Fusco, direttore dello stabile del Veneto: Serve una riconversione industriale. E molti direttori sono in scadenza VIENE IN MENTE Paola Boraoni. Si era nel Ventennio, quando recitare un'òpera di Pirandello era un'impresa d'avanguardia, e la giovane attrice impegnò anelli, collane e bracciali per ottenere le trentamila lire necessarie alla messa in scena. Quasi ottant'anni sono passati, e la situazione economica del teatro in Italia ripropone il medesimo problema di fondo. I soldi restano pochini, e incerti. Anche per quanto riguarda i teatri stabili, nati nel secondo dopoguerra sull'esempio di Germania e Francia, per assicurare qualità e continuità ad un grande teatro nazionale. Oggi i teatri stabili pubblici sono una quindicina, diffusi in tutta Italia: da Trieste a Palermo. I finanziamenti arrivano dal Fus, il Fondo Unico per lo Spettacolo. Una volta che il ministero decide di erogare una cifra a favore di un certo teatro, gli enti locali (che sono anche i proprietari delle strutture), hanno l'obbligo di stanziare un contributo almeno equivalente. Lo Stato, sempre attraverso il Fus, finanzia anche i teatri privati, i teatri regionali, le compagnie indipendenti, per restare nell'ambito della prosa. Non mancano le compagnie di qualità (da Luca De Filippo a Gabriele Lavia, da Franco Branciaroli a Sebastiano Lo Monaco per citarne alcuni), e nemmeno i teatri stabili che fanno un lavoro di altissimo livello (quello di Genova, per esempio, che tra l'altro ha una scuola di recitazione tra le migliori in Italia, o quello di Catania, che per tradizione fa una drammaturgia legata agli autori del territorio: Pirandello, Sciascia e anche Camilleri). Ma il tutto si gioca su una distribuzione di fondi povera e anche abbastanza irrazionale. il cachet per una produzione media e una compagnia di una decina di attori si aggira sui diecimila euro a replica. Luca De Fusco, regista e direttore dello Stabile del Veneto: «In Italia si è diffusa la pratica tipicamente nostrana e democristiana delle sovvenzioni a pioggia. Si danno soldi a tutti: dal Sistina alla cantina più strampalata. Visto che le cose stanno così, bisogna pensare che i padri nobili del teatro pubblico da Paolo Grassi a Ivo Chiesa - sono stati molto bravi a fondare una politica dei teatri stabili, ma anche molta poco furbi a lottare per le fette di torta. Risultato: i privati, più numerosi e più chiassosi, sono arrivati a livelli di finanziamenti che non hanno paragoni in Europa. In Francia il 75 per cento dei finanziamenti devoluti al teatro di prosa vanno alle diverse forme di teatro pubblico, e il 25 per cento ai privati, in Italia il 27 per cento è per il pubblico. contro il 73 per cento per i privati. Un'occhiata al contesto. Il governo stanzia per la cultura lo 0,5 per cento del Pil (la Spagna è a quota 1,8 per cento). Dopo il discusso taglio Tremonti, il Fus aveva raggiunto quota 350 milioni di euro circa. Notiamo che il Fus francese è di 901 milioni di euro e che quello inglese, pur assottigliato negli anni Ottanta dalla politica di austerity della Thatcher, è di 745 milioni di euro. Nei giorni scorsi il neoministro della cultura Rutelli ha annunciato di aver innalzato il Fus di 50 milioni di euro all'anno per tre anni, tornando quasi ai livelli pre-Tremonti. Il resto si vedrà con la prossima finanziaria. Con tutta probabilità ad occuparsi dei finanziamenti allo spettacolo sarà Giuseppe Busìa (Margherita). 37 anni, studi giuridici ed economici a New York e a Strasburgo. Dal 2005 a capo della Sfirs - la Finanziaria regionale sarda in quota Soru. Oggi l'Agis (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo) presenterà al ministro Rutelli la lettera aperta dello spettacolo al governo ed al Parlamento. «Il problema è aggiunge De Fusco - che in Italia il 61 per cento del Fus viene speso per la lirica ed i concerti, mentre al teatro di prosa tocca solo 16 per cento. Va bene che siamo nel paese del melodramma, ma la sproporzione è assurda, anche perché l'Opera totalizza il quattro per cento degli spettatori. Qui bisogna decidere cosa si vuole fare: o siamo costretti a gestire la lunga agonia del teatro italiano o serve una riorganizzazione. E le riconversioni industriali non si fanno a costo zero». Sulla stessa linea Nuccio Messina, che ha diretto per trent'anni i teatri stabili di Torino, di Trieste e del Veneto. «Negli anni Cinquanta le richieste di finanziamento al ministero erano una quarantina, oggi toccano il migliaio. Non abbiamo una legislazione. Il teatro di prosa è l'unico dei settori dello spettacolo a non avere una legge. L'unica cosa è sperare in una legge-quadro che inglobi tutto. Fino ad ora siamo andati avanti a circolari ministeriali, rinnovate ogni anno e ogni volta ridiscusse insieme a tutti gli operatori». Il che, naturalmente, apre la porta a tutte le richieste (e i diktat) possibili. «Pensi che quando andai a Siracusa a fare gli spettacoli al teatro greco si mise in mezzo la mafia. Fui minacciato di morte ed ebbi la scorta dalla polizia. Ma senza arrivare a questi estremi, alcuni teatri stabili si sono trasformati in puri e semplici centri di potere. A volte i direttori inventano repertori che non hanno nulla a che vedere né con la tradizione del luogo, nè con il teatro d'arte». Altra accusa spesso rivolta ai teatri stabili è quella di produrre degli spettacoli che finiscono per fare concorrenza a quelli delle compagnie private. De Fusco: «In parte è vero, ma è anche l'unico modo per far lavorare i nostri attori tutto l'anno. Ci accusano di esserci commercializzati, ma, anche qui, i nostri bilanci si reggono per metà sul mercato. Anzi, una buona parte di noi vive più di mercato che di Stato. Rischiare i teatri vuoti è una cosa che faremmo ben volentieri, ma occorrono risorse». Aggiunge Carlo Repetti, direttore dello stabile di Genova: «I teatri stabili italiani fanno molte tournée, rispetto ad esempio a quelli tedeschi (i teatri di Land circuitano pochissimo), ma la tradizione del teatro italiano è storicamente una tradizione itinerante. Poi è giusto che le nostre città facciano conoscere la loro produzione migliore alle altre città». I direttori degli stabili sono nominali dagli enti locali e le ultime amministrative hanno lasciato la situazione sostanzialmente immutata. Tuttavia qualcosa si muove. Con la fine del 2006 è in scadenza il direttore del "Piccolo" di Milano Sergio Escobar (pur essendo uomo di centrosinistra è riuscito a farsi confermare due volte da amroinistrazioni di centrodestra). Pare che Letizia Moratti abbia dato segnali di volersi occupare della faccenda, sicché Escobar pàtrebbe tornare a occuparsi di lirica, suo mestiere originario. I rumores danno anche Albertazzi in partenza da Roma per limiti d'età. Potrebbe sostituirlo Walter Le Moli da Torino, assai legato a Veltroni (non a caso Le Moli è appellato "Wàlter Ego"). Nel 1998, Veltroni ministro della Cultura, lo statuto dell'Inda (Istituto Nazionale del Dramma antico) fu modificato: il sovrintendente non avrebbe più dovuto essere un grecista, ma, più genericamente, "in possesso di un elevato proffio culturale". Umberto Albini se ne andò, Le Moli subentrò. Seguì intervento in Parlamento di Stefania Prestigiacomo ed altri esponenti del centrodestra. Qualcuno cominciò a parlare di "Carica dei veltroniani".