Oggi la presentazione dell'allestimento in San Sebastiano Capolavori ridipinti. «Andrea era una bestia con chi gli pestava i piedi e sparava ironie su chi comandava» "Il trionfo e lo sghignazzo", ovvero come spiare la storia dell'arte attraverso il buco del grottesco. Lo sberleffo è sotto gli occhi di tutti, ma in pochi riescono a vederlo. A forzare la serratura è Dario Fo. Giullare, pittore, regista e Nobel. Sempre diffidente verso i potenti. "I padroni", come ancora li chiama. Mancano poche ore all'inaugurazione della mostra (alle 11 di stamattina) e il maestro si aggira per il Famedio come in una bottega d'arte. Passa in rassegna ogni dipinto, ne accarezza le tele e ne studia da vicino i colori. Vorrebbe più luce. Da istruzioni e chiede conferme. E intanto risponde anche alle domande della Gazzetta, a cui ha concesso un'intervista in esclusiva. Sull'arte, il Mantegna e i potenti di sempre. Fo è uomo e artista generoso, non si sottrae alle domande e ha voluto che la presentazione di oggi fosse aperta a tutti. Alle pareti del Famedio i dieci "Trionfi" (i nove esposti ad Hampton Court più "I senatori", mai realizzato per i Gonzaga) e settanta disegni del Mantegna. Tutti scansionati al computer e ridipinti su tela assieme a tre allieve dell'Accademia di Brera: Allegra Bernacchioni, Lisa Masetti e Roberta Monopoli. La mostra è un assaggio alla lezione-spettacolo che il maestro proporrà nel Cortile d'Onore di Palazzo Te giovedì e venerdì sera, ripreso dalle telecamere di Rai Tre. Domani, invece, la prova generale ad inviti. Partiamo dallo sberleffo come chiave di lettura della storia dell'arte e della cultura in generale. «È sempre sorprendente accorgersi di come gli antichi avessero un senso dell'humour, dell'ironia e del grottesco molto più alto del nostro. E anche gli intellettuali erano molto più coraggiosi, si esponevano rischiando ogni volta non soltanto di essere cacciati o esclusi dalla professione, ma addirittura la galera o, peggio ancora, la morte. Eppure insistevano e gli atti di questo loro coraggio hanno portato allo sviluppo straordinario della coscienza civile degli uomini». A cosa rispondeva il gusto dello sberleffo, forse a un desiderio di rivalsa verso i potenti? «No, al fatto di non voler accettare la falsità, l'ipocrisia e soprattutto la retorica. E allora ecco questi uomini che davanti alla commissione di dover elogiare il coraggio dei vincitori, il trionfo del padrone Francesco II nel caso del Mantegna, riescono addirittura a ribaltare la situazione e a sparare delle ironie e dei grotteschi notevoli contro il potere stesso che vorrebbe essere gratificato». Lo sghignazzo è ancora riconoscibile nell'arte di oggi o ne è rimasta soltanto un'eco lontana? «C'è ancora, e meno male che c'è. Credo di essere uno degli esempi viventi e come me ci sono dei giovani e delle persone che hanno rischiato, si sono fatti gettare via dal loro mestiere e ancora oggi hanno difficoltà a rientrare, con tutto che si dice che c'è la democrazia. Sempre lento è il cammino». Gridare che il re è nudo è un dovere dell'artista? «Certo, per carità. L'ipocrita che elogia il padrone per denaro è il peggiore che ci sia». Chi lo ha conosciuto descrive il Mantegna come una persona irascibile, attaccabrighe e prepotente. Lei che idea si è fatto? «Prima di tutto bisogna ricordarne la storia. Quando ha 10 anni viene messo in un collegio di quelli pesanti dov'è sfruttato, per via della sua abilità straordinaria deve addirittura fare delle riproduzioni in serie. Squarcione aveva firmato una carta attraverso cui lo acquisiva come figlio, ma il tribunale di allora annulla questo trucco, giudica che Mantegna è stato sfruttato e obbliga il padrone a dargli la libertà. Mantegna può finalmente firmare col proprio nome i dipinti che realizza. Allora, quando è restituito alla vita normale, diventa una bestia con chi gli pesta i piedi perché non ne può più, perché ha sopportato, è stato umiliato e mortificato». Insomma, il suo caratteraccio era il frutto delle umiliazioni patite. «Sì, tant'è vero che Mantegna aveva delle dolcezze incredibili per i bambini e delle generosità straordinarie». Il suo sguardo coglie lo sghignazzo in ogni dettaglio dei "Trionfi". Possibile che i committenti non si accorgessero di sberleffi così evidenti, quasi urlati? «Machiavelli diceva che il potere si era talmente stordito con le trombe e le adulazioni da esser diventato cieco e sordo a ogni ironia sul suo conto. Il re è nudo, ma lui è l'unico a non sentire questa battuta». Passi per la cecità dei committenti, ma come la mettiamo con gli studiosi e i critici dell'arte? «La tendenza dominante è quella di guardare l'arte per l'arte e non i suoi diversi piani. L'arte del fare satira, dell'irridere, di capovolgere la logica del potere, questo non si deve mai studiare».
"Il mio Mantegna è contro il potere". Darlo Fo in anteprima racconta la mostra dei Trionfi e le lezioni perla Rai
Oggi è la presentazione dell'allestimento in San Sebastiano Capolavori ridipinti. Dario Fo, pittore, regista e Nobel, è presente e si aggira per il Famedio come in una bottega d'arte, passando in rassegna ogni dipinto e ne accarezza le tele. Fo ha concesso un'intervista in esclusiva alla Gazzetta e parla della storia dell'arte e della cultura, sottolineando l'importanza dello sberleffo e dell'ironia come chiave di lettura della storia dell'arte. Fo sostiene che lo sghignazzo è ancora riconoscibile nell'arte di oggi e che ci sono ancora persone che rischiano di essere gettate via dal loro mestiere per aver parlato troppo.
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