Le antiche ville affittate per feste e matrimoni, gli uffici nei palazzi storici delle banche e delle Fondazioni. La tenaglia di Vincenzo Visco era arrivata anche lì dove le pieghe delle norme e un paio di autorevoli sentenze concedevano forti agevolazioni fiscali in nome dell'«interesse storico e artistico». Ma il viceministro a quanto pare non aveva fatto i conti con la mannaia del vicepremier, nonché ministro dei Beni Culturali. «L'ipotesi di una tassa sulle dimore storiche è rapidamente scartata perché radicalmente contraria agli impegni presi con gli elettori», fa sapere Rutelli nel tardo pomeriggio dall'assemblea dell'Associazione Civita. Apriti cielo. Al ministero dell'Economia è lo scompiglio. Perché il ministro in realtà liquida come un'«ipotesi» qualcosa che proprio ipotesi non è: la norma sta nell'articolo diffuso sul sito del governo e in quello che - secondo quanto raccontano alcune fonti ben informate - ieri sera stava sul tavolo del Colle più alto. Il testo del decreto, una volta firmato dal presidente della Repubblica, fa entrare in vigore il pacchetto Visco e le liberalizzazioni messe a punto dal collega Bersani. Per Rutelli la questione è fuori discussione: la tassa sulle dimore storiche «non può esserci e per quanto mi riguarda non c'è», perché «non è mai stata discussa con il ministro dei Beni culturali». Per le Finanze e per i grandi comuni è una doccia fredda. Secondo alcune stime che circolavano ieri al ministero dell'Economia il «niet» di Francesco Rutelli varrebbe almeno trecento milioni di euro. Ma la norma potrebbe valere molto di più. Le agevolazioni abbattono le aliquote Ires (imposta sulle società), l'imposta di registro e l'Ici, dunque incide sulle entrate dei Comuni. Nessun commento da Visco, che ieri sera è stato impegnato fino a tarda ora per cercare, una soluzione che evitasse di bloccare il decreto. La norma (che manteneva le agevolazioni solo per chi abita gli immobili) sarà probabilmente stralciata e rinverdirà una polemica che si trascina da anni. Da una parte la Confedilizia di Corrado Sforza Fogliani che ne chiede l'abrogazione, dall'altra i proprietari degli immobili che per difendere le loro ragioni hanno fondato anche un'associazione, l'Asdi, «Associazione delle dimore storiche» presieduta dal Marchese Aldo Pezzana Capranica del Grillo. «Mi appello agli uomini di cultura per lo stralcio della norma», faceva sapere ieri chiedendo di pensare semmai ad un disegno di legge. Il Marchese, programma dell'Unione alla mano, denunciava che la norma è in «totale spregio» di quanto scritto a pagina 273, dove si prevede la «valorizzazione delle funzioni di sussidiarietà svolte dai privati rispetto a ville e dimore storiche con agevolazioni e incentivi fiscali». Inoltre «l'equiparazione dei redditi degli edifici storico-artistici a quelli di ogni altro immobile viola i principi costituzionali affermati dalla Corte». In effetti è così. La Corte Costituzionale, così come la Cassazione, hanno dato ragione ai ricchi proprietari: «La scelta è tutt'altro che irragionevole in considerazione degli obblighi e dei vincoli sulle proprietà», scriveva la sentenza del 2003. La Corte Costituzionale indicava però anche di cercare un compromesso «che tenga conto dell'evoluzione del mercato immobiliare». La soluzione che ieri sera alle