Tutto il dibattito è cominciato per caso in Danimarca. Da un questione non certo di interesse capitale per i tedeschi come il rinnovo di un contratto d'affitto scaduto della sede di Copenaghen del Goethe Institut e della sua biblioteca. Ma, a partire da questo, la discussione si è fatta infuocata su tutti i quotidiani, uno dei primi ad alimentarla è stato la Frankfurter Allgemeine Zeitung. E ci si è messi a spaccare il capello in quattro; si sono confrontati l'orgoglio nazionale e la voglia di espansione, la necessità di venire a patti con una realtà di pochi quattrini. Almeno per il momento. Il quesito che ha diviso l'opinione pubblica è questo: non sarà meglio ridurre il numero dei certamente prestigiosi ma oggi certamente in soprannumero e molto costosi Goethe Institut sparsi in Europa, molti dei quali, peraltro, nella nostra penisola? All'origine di questa accalorata discussione c'è l'austerità della signora Angela Merkel che in questo periodo di finanza per nulla allegra ha deciso di stringere i cordoni della borsa alle iniziative culturali. In particolare di tagliare i finanziamenti, mettendone a rischio la sopravvivenza, a quelle benemerite istituzioni che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, hanno avuto il compito di riconciliare l'immagine della Germania con il resto del mondo. Addio dunque ai famosi Goethe Institut (attualmente sono 7 in Italia e 128 in tutto il mondo) dove generazioni di filosofi e politologi, da Massimo Cacciali a Giacomo Marramao a Gian Enrico Rusconi ad altri ancora, hanno appreso i primi rudimenti del pensiero e della lingua di Heidegger e di Kant? «Ad accendere il dibattito non è stata però solo la diminuzione degli investimenti», spiega Michael Kahn-Ackermann, direttore generale dei Goethe Institut in Italia. «Ma il mutato contesto internazionale. Ci si è chiesti se non fosse il caso di ridurre le sedi in Europa e di potenziare la nostra presenza in nuove aree, in Cina, India e nel mondo islamico. In tal caso, dal momento che non si può fare tutto, sradicandoci parzialmente dalle vecchie situazioni». Ad attentare alla vita europea di quelle fucine dove per anni si discettava della cinematografia di Fassbinder o del lessico di Heinrich Boll, sarebbero la globalizzazione e la presenza di nuovi Paesi in cui esportare la cultura di Hannah Arendt. «Ma proprio grazie a questo recente dibattito», continua Kahn-Ackermann, «ci si è resi conto che nell'Europa comunitaria il discorso nazionale deve essere tutelato. Anche la diffusione della lingua è importante. Non vogliamo che l'Europa diventi monoglotta e che vi si parli solo inglese. E poi i problemi da affrontare sono gli stessi per tutti i Paesi europei, da quello dell'emigrazione a quello dell'identità. Insomma non abbiamo l'intenzione di lasciare l'Italia ma di snellire e dimagrire le strutture: per risparmiare abbiamo pensato in alcuni casi di consociarci con gli altri istituti di cultura - aiutati dagli stessi Paesi dove siamo ospitati, come, per esempio, a Genova dove la Banca Carige ha messo a disposizione nostra e dei francesi uno stabile, così come a Torino, dove è il Comune ad aver assunto una simile iniziativa. Cambiando anche le prospettive e puntando sul futuro, con rassegne di cinema, arte, letteratura, tutte orientate sui giovani». Insomma quando Gunther Grass o Gerard Dépardieu o Bernard Henry-Lévi arriveranno in visita in Italia, magari saranno festeggiati lo stesso. Magari in un condominio franco tedesco, ma un accueil casalingo lo troveranno lo stesso. Anche se la fine non è vicina, lo spettro della recessione munita di un paio di forbicione, si aggira ugualmente sugli istituti culturali del vecchio continente. «Tutti i ministeri francesi hanno dovuto subire pesanti tagli di budget», osserva Delphine Borione, consigliere culturale dell'Accademia di Francia. «Compreso il ministero degli Esteri da cui dipendiamo. Anche in Francia si discute se far convergere le nostre forze verso l'America del Sud, la Cina, i Paesi dell'Est. Sono anche situazioni in cui sembra esserci più richiesta di una nostra attività. Ma non abbiamo intenzione di ridurre la nostra mole di impegni. Per esempio solo di recente abbiamo lanciato a Palazzo Farnese, presso l'ambasciata di Francia, i Rendez-vous, tra personalità della cultura e della politica, da Jacques Delors ed Enrico Letta a Massimo D'Alema e Hubert Védrine, che hanno discusso di fronte a un pubblico scelto. Per l'anno prossimo abbiamo in cantiere una grande mostra di arte contemporanea franco-italiana». L'Inghilterra è stata toccata dalla crisi in anni precedenti. Oggi le porte sono spalancate e per Ian McEwan o Catherine Dunne, per politologi, filosofi e scienziati non si lesina su conferenze e convegni. «Non c'è dubbio che lavoriamo per avere ospiti di gran qualità. Viceversa i nostri interlocutori italiani sono tanto l'Accademia di Santa Cecilia quanto la Biennale di Venezia o il Piccolo di Milano», osserva Gabriella Facondo, direttore della comunicazione dei British Council per l'Italia. «Il British, che ha visto la luce nel 1934, oggi è presente in 110 Paesi nel mondo. Certo nelle nostre sedi in Italia non ci sono più le file di persone avide di cultura anglosassone, come alla fine del conflitto mondiale. Ma di recessione non se ne parla. Alla Certosa di Pontignano, per esempio, abbiamo organizzato un incontro ad altissimo livello tra italiani e inglesi sull'istruzione, in un serrato confronto con le accademie d'oltreoceano. Abbiamo un lavoro appena terminato sull'universo islamico che vive in Gran Bretagna che potrà essere molto utile anche qui in Italia». La vera sorpresa arriva però dalla Spagna. Mentre ovunque si teme un possibile ridimensionamento, qui invece il vento soffia contrario. «A tirare i remi in barca non ci pensiamo per niente. Anzi. Viviamo in un momento di grande espansione», osserva Rosario Otegui, direttore della Re al Academia de Espana. «I soldi sono pochissimi. Ma siamo abituati a questo. I centri di cooperazione culturale sono più di 150 ma vogliamo fare di più. E coprire - chiamiamoli così - nuovi mercati, dal Brasile alla Cina. Siamo in un momento molto felice. Abbiamo una grande produzione di arte, cinema, architettura. Zapatero si è impegnato e lo detto a chiare lettere: vuole dare visibilità alla nostra cultura nel mondo». Dove si imparano le lingue FRANCIA I centri di cultura francese in Italia sono in sette città: Roma, Milano, Torino, Bologna, Palermo, Genova, Napoli e Venezia. In altre 50 località ci sono sedi dell'Alliance Francaise. Nel mondo i centri francesi sono 200. GRAN BRETAGNA Oltre alla sede di Roma, il British Council, l'ente per la diffusione della cultura britannica è presente in Italia anche a Milano e Napoli. A Bologna esiste invece un centro esami per gli studenti di lingua. Nel mondo le sedi del British sono 110. SPAGNA I Cervantes, ossia i centri statali per la diffusione della cultura spagnola, in Italia sono quattro: a Roma, Milano, Napoli e Palermo. Propongono corsi di lingua e attività artistiche e culturali. In tutto il mondo esistono 35 centri Cervantes.