II giardino inglese e l'innovazione architettonica nel parco della Reggia di Caserta Caserta anticipatrice dei tempi; antesignana di gusti e tendenze architettoniche dell'Europa della seconda metà del secolo dei Lumi. Un esempio di una nuova stagione artistica è il parco della Reggia impostato come interpretazione del grandioso giardino barocco, di cui conserva la concezione spaziale di un paesaggio infinito, organizzato intorno a un asse centrale dominante, cui la reggia fa da sfondo. Immediato il riferimento al giardino di Versailles progettato dal francese Le Nôtre: tappa obbligata per la sistemazione dei parchi delle maggiori residenze reale. Nel progetto del 1751 il giardino si presenta come una griglia geometrica, razionalissima, come la stessa impostazione planimetrica del Palazzo reale. All'interno di questo schema si aprono a ventaglio spunti rivisitati dal manierismo cinquecentesco, ancora imbevuto di riscoperta della classicità: parterres con fiori bassi, fontane, specchi d'acqua, boschetti e soprattutto una decorazione scultorea particolarmente ricca. Ricca soprattutto di allegorie riprese da un repertorio tratto dalla mitologia greca e romana. L'aspetto attuale del parco è diverso dal progetto originario, dal primo disegno del maestro Vanvitelli e successivamente con il figlio Carlo, che gli succede nella direzione dei lavori, disegna un asse prospettico preciso concentrato su di una "stradafiume", un percorso che discende sotto forma di cascata dalla collina di Briano, alimentata dal nuovo acquedotto carolino. Il riferimento alla Villa d'Este di Tivoli è immediato per il continuo rimando all'apparato di sculture, giochi d'acqua, alla visuale che si intravede da ogni lato. Ma Caserta è un'altra cosa. Si sperimenta, in particolar modo, un linguaggio innovativo. E' diversa dalla creazione cinquecentesca di Pirro Logorio, basta leggere la scansione del ritmo. A tale titolo va citato lo storico G.L. Hersey, che scrive a proposito: "Se il parco è una revisione di villa d'Este, Vanvitelli rivede il modello di partenza dilatandolo lungo un canale come quello di Versailles o persi-no come un canale olandese. Si potrebbe dire che Caserta reinterpreta Pirro Ligorio attraverso gli occhi di Gaspard Van Wittel. Tutto ciò che era opulento, accidentato, frastagliato, diviene lungo, basso, geometrico". Le diverse favole mitologiche scolpite segnano le tappe del cammino. Alla base della cascata, la leggenda di Diana e Atteone organizzata in due gruppi distinti: da una parte la dea sorpresa al bagno, circondata dalle ninfe, dall'altra la metamorfosi e la morte di Atteone; così la Fontana di Venere e Adone, la Fontana di Cerere, la Fontana di Eolo, la Cascata dei delfini e infine la Fontana di Margarita che conclude la serie. Una sequenza di favole antiche che cela, secondo Hersey, "un complesso programma iconografico ed iconologico di matrice da ricercare in Gian Battista Vico, forse suggerito a Vanvitelli dall'erudito amico Porzio Leonardi. Esse sarebbero allegorie del progressivo affermarsi della civiltà umana, tanto cara alla filosofia vi-chiana. Dunque allegorie del culto, del matrimonio, della nascita dell'agricoltura e dell'istituzione delle leggi". Uno studio a parte merita una zona del parco di Caserta, voluta su decisione da Ferdinando IV e Maria Carolina, trasformata dopo il 1768 in giardino inglese, con successivi interventi a opera di Andrea Graefer. Ed è proprio questo il punto di contatto che è a testimonianza del clima culturale che si respira in Europea, negli ultimi decenni del Settecento. L'accorgersi di una nuova concezione del giardinaggio, nata in Inghilterra durante la prima metà del secolo, che ha i suoi maggiori interpreti in William Kent e Lancelot Capability Brown, solo per citare gli iniziatori di una tendenza che avrà grandissima fortuna nella nobiltà e nell'alta borghesia. Alla natura conclusa entro il geometrico schema dei giardini francesi si contrappone una natura rappresentata nel suo libero svolgersi, nell'atto stesso in cui si manifesta. L'artificio esiste ma è nascosto; è ben celato da effetti che sorprendono il fruitore che rimane rapito dalla visione d'insieme. Il giardino all'inglese, che nell'ottocento acquisterà la sua piena maturità, con l'introduzione per il gusto del rudere archeologico, anche se artificiale, viene sempre più avvicinato a quello cinese che proprio alla fine del Settecento si stava scoprendo e che dettava legge. Una testimonianza è un brano tratto dal "Saggio sopra l'opera in musica" del 1763 di Algarotti. "I giardinieri della Cina sono come altrettanti pittori, i quali non piantano mica un giardino con quella regolarità che propria dell'arte dell'edificar le case, ma presa la Natura come esemplare, fanno quanto sanno d'imitarla nella irregolarità e varietà sua. Lor costume è di scegliere quegli oggetti che nel genere loro piacciano di più alla vista, disporli in maniera che l'uno sia all'altro di contrapposto e ne risulti dall'insieme un non so di peregrino e di insolito. Vanno tramezzando ne' boschetti alberi di differente portamento, condizione, tinta e natura. Vari sono i siti che nel medesimo sito, per così dire, rappresentano. Qua li raccapriccia una veduta di scogli artifìziosamente tagliati e come pendoli in aria, di cascata d'acqua, di caverne di grotte, dove fanno giocare variamente il lume. Là ti ricrea una veduta di fiorili parterri, di limpidi canali e di vaghe isolette con di begli edilìzi che nelle acque si specchiano. Dal sito più orrido ti fanno ad un tratto trapassare al più ameno; né mai dal diletto ne va disgiunta la meraviglia. Simili ai giardini della Cina sono quelli che piantano gli Inglesi dietro al medesimo modello della Natura. Quanto ella ha di vago e di vario, boschetti, collinette, acque vive, praterie con dei tempietti, degli obelischi e anche di belle rovine che spuntano qua e là, si trova quivi riunito dal gusto dei Kent, dei Chambre e dei Brown, che hanno di tanto in tanto sorpassato il Le Nôtre tenuto già il maestro dell'architettura, dirò così, de' giardini. Dalle ville d'Inghilterra ne è bandita la simmetria francese, i più bei siti paiono naturali, il culto è misto col negletto". Francesco Algarotti in Italia fu il primo divulgatore delle idee Lodoliane: il filosofo, teorico dell'architettura. Ma, pur manifestando chiara ammirazione, attenuò in parte l'eversivo radicalismo delle sue proposte. Se concorda con frate Carlo Lodoli, il Socrate architetto, nel sostenere la causa di un'architettura che bandisca tutto ciò che sia superfluo, un orpello inutile, che non abbia una funzione precisa e utilità e condanna il totale scadimento dell'architettura contemporanea, non accetta la critica di artisti di opere classiche, seppur interpretate in chiave personale, in particolare le fabbriche di Bramante nel periodo che trascorre a Roma, Sansovino e soprattutto del conterraneo Palladio. E proprio dell'architettura palladiana farà un punto di forza. Mentre Algarotti teorizza le sue idee, gli architetti le mettono in pratica. Autori come Giovanni Scalfarotto (Chiesa dei Santi Simone e Guida), Andrea Tirali (Chiesa di San Vidal), Giorgio Massari (Chiesa dei Gesuati), Tommaso Temanza (Chiesa della Maddalena) interpretano l'arte di Andrea Palladio con una fedele precisione che rimanda, senza nessun'ombra di dubbio, alla Chiesa del Redentore, quella di San Giorgio Maggiore e di San Francesco alla Vigna. L'uso del timpano spezzato, l'ordine delle colonne, il pronao, l'utilizzo del bianco come colore dominante, sono chiari segni di una rilettura filtrata di due secoli di architettura, al cui interno, si sono alternati momenti storici decisivi, come gli influssi derivanti dalla controriforma con i suoi dettami obbligati e regole fisse, dove la libertà dell'artista si è piegata al volere della committenza.