II presidente in pectore del Consiglio superiore del ministero premiato a San Pietroburgo Svecchiare, svecchiare, svecchiare: è l'appello di Salvatore Settis, lanciato alla prima edizione del Grinzane Ermitage, che l'ha premiato assieme al critico e storico dell'arte Sergheij Androsov e a due giovani traduttrici, Ksenia Kuznetsova e Daria Farafonova, autrici di una versione in russo di I 23 giorni della città di Alba di Beppe Fenoglio. Ieri nella città sul Baltico, nel teatro Quarenghi del Museo Ermitage, la nuova creatura di Giuliano Sona ha avuto il suo battesimo con un dibattito sul futuro dei musei e una prolusione sul Giorgione. C'erano il direttore e il vicedirettore del museo degli zar, Mikhail Piotrovskij e Ge-orghij Vinbakhov, quello dei Musei Vaticani, Francesco Bucarelli, il presidente della fondazione del Museo delle Antichità egizie, Alain Elkann e, appunto, Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa e presidente in pectore del Consiglio superiore del ministero per i Beni culturali. Un incarico prestigioso per lo storico dell'arte e determinante per i destini della cultura italiana e anche per la sua capacità di interagire direttamente con lo sviluppo del paese. Quando avrà l'incarico, professor Settis, quale saranno le sue priorità? «Innanzitutto bisogna capire che la cultura è un investimento strutturale per il paese. La cultura non è estranea all'economia perché, incidendo sulla qualità della vita e sull'orgoglio di appartenenza, diventa determinante per la produzione economica tout court. Naturalmente, vanno coinvolte la scuola e le università, ma anche i musei, le istituzioni pubbliche e private. Questa credo sia la priorità dalla quale partire». E la seconda? «Occorre guardare con grande attenzione agli investimenti e alla ricerca dì finanziamenti». Ad esempio? «Con la fiscalità di vantaggio, per chi dona o mantiene dei beni culturali. È quanto fanno gli americani. Non bisogna inventare nulla, basta copiare. Ma c'è qualcosa che ridiede una svolta copernicana nella mentalità italiana». A che cosa si riferisce? «Tutti siamo d'accordo sulla necessità di valorizzare le competenze e rivitalizzare le amministrazioni con nuovi ruoli. Ma io dico di più: bisogna fare spazio ai giovani. Meritocrazia e competenza vanno affiancate da uno svecchiamento, da un cambio generazionale. A cosa servono i musei se li affidiamo a persone incompetenti o fuori del tempo?». Lo sviluppo dei beni culturali, pare di capire, non dipende solo dal ministero competente. È così? «Certamente. Devono cooperare diversi ministeri, quello di Francesco Rutelli, ma anche i ministeri dell'Economia, dell'Università, della Pubblica Istruzione e anche quello delle Attività produttive. Le competenze di ogni singolo ministero vanno messe in rete, ma con un cambiamento di prospettiva». Quale? «Non bisogna partire dal turismo, ma dalla cultura. La cultura favorisce il turismo, ma non sempre accade il contrario». Se lei avesse la bacchetta magica, quale sarebbe il suo primo desiderio? «Cancellare qualsiasi ipotesi di assunzione ope legis. Assumerei solo giovani e per merito. Preferisco assumere un 25enne bravo che tenermi un 60enne imbecille. Non so se un'operazione del genere vada fatta negli uffici postali, per esempio. Sarà necessaria anche là, credo. Ma nel mondo della cultura è fondamentale e sempre più urgente. C'è bisogno di un radicale svecchiamento. L'anzianità non deve fare più grado». È determinante anche la formazione. Non tutti i giovani sono necessariamente bravi. «È vero, ma la maggior parte di giovani che io conosco è davvero brava. L'Italia, però, è il paese dei paradossi. Tra questi c'è anche quello di aver fondato nelle università numerosi corsi di laurea per i Beni culturali. Sforniamo decine e decine di laureati, molti bravissimi, le ripeto, ma è gente che non ha sbocchi professionali, perché non sono stati creati altrettanti posti di lavoro». Che cos'altro c'è che non va nei corsi di laurea per i Beni culturali? «C'è un difetto di impostazione di base. Si pensa che i Beni culturali siano solo la pittura, la scultura o l'architettura. È una sciocchezza. Come si fa a pensare che la Divina Commedia e la grande letteratura italiana non siano dei beni culturali? Quindi, bisogna mettere mano anche nei curricula dei corsi di laurea». Che cosa cambierebbe? «Va cancellata l'idea che lo studio dei beni culturali sia separato dalla Storia e dalla Letteratura. Non è possibile che i laureati in archeologia, ad esempio, non conoscano il greco, che non facciano nessun esame su una disciplina imprescindibile. Cosa succede oggi? Per decifrare le scritte si chiamano studiosi e studenti tedeschi che hanno imparato il greco e il latino, perché molti italiani non conoscono queste lingue. Hanno invece studiato, superficialmente, apprendendone scarse nozioni, la chimica e la giurisprudenza».