Quando parliamo di governo, il pensiero va a chi è chiamato a dirigere lè cse di questo mondo, dai capi di Stato ai sindaci. Sono meno noti o meno ovvi i problemi di governo delle autorità religiose. Una nomina quella del cardinale Crescenzio Sepe alla guida della Chiesa di Napoli e un nuovo libro quello dedicato da Mario Rosa alla presenza del clero cattolico in Europa tra il Cinquecento e il Settecento (lero cattolico e società europea nell'età moderna, Editori Laterza) sono una buona occasione per riflettere sulle spine del governo spirituale. Il lavoro di Rosa è una sintesi lucida e attenta, in cui si analizzano, area per area, i diversi modelli di organizzazione del clero prevalsi nell'Europa cattolica. È una scelta quanto mai opportuna. In un momento in cui si insiste tanto, con indubbia vaghezza, sulle radici cristiane dell'Europa, ben vengano prospettive che distinguono luoghi, tempi e tradizioni, senza confondere gli ideali o i modelli con le singole realtà. Rosa lo fa con puntualità, sia nel confronto tra cattolicesimo italiano ed europeo, sia nella ricostruzione del frastagliato panorama della penisola. Su uno sfondo così vario, è più facile cogliere le specificità del regno di Napoli: dall'enorme numero di diocesi (130) alla forte presenza degli Ordini religiosi, dai limiti del riformismo borbonico al drenaggio fiscale esercitato da Roma sulle rendite dei vescovati più ricchi. Fanno riflettere anche squilibri evidenti, come l'alto numero di vescovi del Sud assenti, perché utilizzati in incarichi centrali, o l'esorbitante presenza di dignitari ecclesiastici in città vescovili piccolissime (a Sant'Agata dei Goti erano addirittura trenta, più di quelli di Palermo e Bologna). Si tratta di contraddizioni che trovano conferme di ogni genere in un'ampia documentazione. Eccone due esempi curiosi, entrambi relativi alla diocesi di Napoli. Uno riguarda i prelievi sulle rendite ecclesiastiche. Non c'erano solo quelli operati a Roma a danno dei vescovi: i dignitari locali potevano rivalersi sui parroci, imponendo loro cospicui versamenti. Ne sapeva qualcosa, verso la metà del Seicento, il parroco di Melito. Per liberarsi del peso, commissionò una fattura a morte contro il beneficiario, che era poi il segretario dell'arcivescovo. Ma il tentativo fallì e il sacerdote pagò la sua leggerezza con una severa condanna. Non meno vivace il quadro del tardo Settecento, come lo delinea in una relazione amareggiata un anziano ecclesiastico. Egli ricordava come alla morte di un arcivescovo serio e attento come il cardinale Sersale, un clero educato al rigore morale si fosse subito lasciato andare, forte della mancanza di polso del successore. A cominciare da imprevedibili cedimenti alla moda del tempo: capelli lunghi, inanellati e incipriati, scarpe con fibbie d'oro o d'argento, sottane e cappotti di seta, cappelli a tre pizzi. Per non dire degli esami per prendere la "patente" di confessore: molti se la guadagnavano imparando a memoria delle formulette o mettendosi d'accordo sulle domande con esaminatori di manica larga. Ovviamente, di acqua ne è passata sotto i ponti: ben altri sono oggi i problemi del clero. Ma forse anche queste piccole, lontane vicende possono dire qualcosa al nuovo pastore della Chiesa di Napoli, nel momento in cui si accinge a prenderne la guida.
L'opera di Rosa sulla presenza del clero tra Cinque e Settecento
Il cardinale Crescenzio Sepe è stato nominato alla guida della Chiesa di Napoli. Un nuovo libro di Mario Rosa esplora la presenza del clero cattolico in Europa tra il Cinquecento e il Settecento. Il libro analizza i diversi modelli di organizzazione del clero in Europa, distinguendo luoghi, tempi e tradizioni. Rosa esamina anche le specificità del regno di Napoli, come l'enorme numero di diocesi e la forte presenza degli Ordini religiosi. Il libro evidenzia squilibri come l'alto numero di vescovi del Sud assenti e la presenza di dignitari ecclesiastici in città vescovili piccole. Rosa esamina anche il quadro del tardo Settecento, con descrizioni di clero corrotto e immorale.
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