Strade, piazze, monumenti definiscono la dimensione "macroscopica" della città. Ne esiste una "microscopica" che quotidianamente percorriamo e che ci coinvolge sul piano, tattile, percettivo, psicologico. Il marciapiede, la strada pedonale, la piazzetta, la scalinata, la panchina, l'albero, il basamento degli edifici, risultano spesso sgradevoli, sciatti e approssimati; queste condizioni di degrado, unite alla micro delinquenza e a forme d'invadenza commerciale di varia natura, non contribuiscono a rendere Napoli vivibile e accogliente. Dato che con la nuova amministrazione i problemi della sicurezza e della pulizia saranno affrontati energicamente, rimarrebbe insoluta la questione dell'aspetto urbano, centrale per la nostra potenziale e naturale vocazione turistica. In questi anni sono state realizzate, anche con intelligenza, sistemazioni di strade, marciapiedi, aree pedonali in più parti della città, ma certi interventi sono apparsi discordanti pur restando nello stesso quartiere. L'incoeren-za e il disordine nella componentistica di arredo urbano di varie forme e materiali hanno eccessivamente enfatizzato gli oggetti e prodotto una consequenziale crescita dei costi. Sono visibili cordonature stradali che non fanno giustizia all'origine naturale della pietra usata, grossolani raccordi tra marciapiedi e strada, impianti pubblicitari, segnaletica stradale e fermate dei mezzi di trasporto montati a casaccio sul marciapiede, tratti di pavimentazione dei marciapiedi sostituiti con altri materiali, alberi mancanti, fioriere secche usate come porta rifiuti, griglie rotte, scivoli per gli handicappati (laddove esistono) di varie fogge e colori, i più svariati e fantasiosi ombrelloni e gazebo antistanti bar e ristoranti. Per non parlare di bancarelle degli ambulanti (regolari o tollerati): un miscuglio di mercanzie ed espositori di risulta lasciati, dopo la vendita, in stato di abbandono. Da questo quadro emerge che, aldilà di una mancata o approssimata manutenzione, non esiste un coordinamento sull'arredo e il decoro urbano, né una direzione sulla logica dell'installazione e del montaggio dei manufatti tra le varie circoscrizioni, e principalmente non esiste una politica sulla qualità urbana su tutta l'immagine della città. Manca il controllo e la vigilanza sulle opere che si realizzano e abbondano gli uffici e gli assessorati che intervengono sul tessuto, senza coordinamento e con frequenti sovrapposizioni. Non c'è una visione unitaria degli interventi, ma è anche impossibile realizzare una "dissonanza programmata". Ho più volte sollecitato l'amministrazione comunale ad avviare un "Dipartimento della qualità urbana" che, invariate le autonomie dei vari uffici possa operare una supervisione (anche economica, per evitare inutili sprechi) sulle opere esistenti e da realizzare, e inquadrare, queste ultime, in un "piano di orientamento". Il piano individua zone omogenee della città in cui, ferme le loro identità, si adottano soluzioni adeguate in termini culturali, ambientali e tecnologici. Una struttura di "regia" della complessità delle opere che si realizzano, con la capacità di sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo l'importanza economica e sociale di una buona qualità dello spazio urbano pubblico e privato, attraverso diffusione multimediale, confronto e dialogo con i cittadini sulle proposte e progetti che coinvolgono la città in forma organica, continua e non episodica, evitando laceranti incomprensioni sulle opere da farsi. Un'esperienza simile è stata adottata nel 1998 per eliminare le invasive vetrine dei negozi sulle facciate degli edifici nel centro storico. Uno studio della Camera di commercio, realizzato da un gruppo di ricerca del-l'Università Federico II, sollecitò l'amministrazione comunale, in accordo con la Soprintendenza, a elaborare un piano con il risultato di vedere rimosse quasi l'8O per cento delle vetrine sporgenti sulle strade. Nonostante sbavature e grossolanità, causate della mancanza di controllo, gli storici basamenti degli edifici sono stati d'allora restituiti alla città. Lo stesso valga per il "piano della pubblicità" elaborato dall'amministrazione comunale con il positivo intervento sulla cartellonistica elettorale, ma con la negativa invasione di tabelloni e totem in molte parti della città storica. Gli interventi dei privati, di non poco conto, coinvolgono tutto il tessuto urbano: facciate degli edifici invase da verande e masserizie sui balconi, antenne e parabole, cavi penzolanti e tubazioni pluviali fatiscenti, innumerevoli ed enormi condizionatori. Facciate caratterizzate dai colori più svariati e improbabili nel tessuto edilizio delle periferie e del centro storico, nonostante alcuni di queste abbiano usufruito dei benefici del Progetto Sirena. Questo aspetto, con il "piano del colore" in elaborazione, può essere superato, sempre se inquadrato in un coordinamento dei vari piani di settore. Si nota un atteggiamento d'indifferenza verso gli spazi collettivi, a mo' di "terra di nessuno". L'ente pubblico dovrebbe contrastare questa tendenza con una politica di interventi e di sensibilizzazione verso una cultura della città di cui si sente la mancanza. La qualità dell'immagine, il controllo degli interventi dei privati, resta certamente arduo a Napoli, ma se non si affronta, per la parte di competenza pubblica, il nostro paesaggio costruito peggiorerà sempre più. L'istituzione delle dieci municipalità, che riduce l'attuale atomizzazione delle competenze, è un'occasione per avviare il "Dipartimento della qualità urbana" e il "piano di orientamento" sull'immagine coordinata di Napoli. Qualità e manutenzione urbana sono stati affrontati nel Forum aperto dal sindaco Iervolino prima delle elezioni: il sindaco confermato tenga conto anche di questo problema, non di poco conto per la vivibilità e lo sviluppo.