A proposito di che noia la poesia (Einaudi), libro che ho scritto con Hans Magnus Enzensberger, in un articolo uscito mercoledi scorso su questo giornale Canali mi chiedeva: Caro Berardinelli, davvero il commento uccide la poesia? La mia risposta è: sì e no. Dipende. Da che dipende? Dipende da quello che i greci chiamavano kairos: cioè dal momento e dal modo, dall'opportunità, dalla rcale utilità e dallamisuragiusta. Vorrei rassicurare Canali e precisargli che per quanto mi riguarda credo nella funzione della critica letteraria e anche nell'utilità del commento ai testi. Ma oggi la critica è poco autocritica ed è in crisi di sovrapproduzione. Pochi la leggono, ma se ne scrive troppa. Università e scuola ne sono intossicate, viene prodotta una tale massa di interpretazioni, commenti, prefazioni, glosse, spiegazioni, recensioni e istruzioni per l'uso forse perchè una vera funzione non ce l'hanno: proprio perchè la civiltà dell'interpretazione e del commento sono fuori misura, come il calcio parlato e la pubblicità. I prodotti culturali vengono interpretati prima di essere percepiti. Quanto meno si percepiscono le qualità di un testo, di un quadro, di un film, tanto più si moltiplicano i commenti. Prima di guardare quello che abbiamo sotto gli occhi: si leggono le interpretazioni della guida. E questo vale non solo per le visite turistiche, è lo stesso anche a scuola e all'università per i rapporti che gli studenti e gli stessi insegnanti hanno con le opere letterarie, in particolare con la poesia. Anziché essere letta viene interpretata. Non interpretata allo scopo di leggerla, ma letta (appena) per essere interpretata, tradotta in una più o meno sibillina formula critica. Canali dice che Dante ha bisogno di un commento. Ma anch'io parlo di questo e dico qualcosa (nei limiti di un libro «per lettori stressati») sia di Auerbach che di Spitzer. Poi Canali aggiunge che anche Montale deve essere interpretato, altrimenti non si capisce. In che noia la poesia si parla anche della poesia oscura e si dice che se è oscura è perché l'autore non voleva che fosse chiara. Chiarirla può voler dire tradirla, travisarla. Se Canali ricordasse a quanti volumi e saggi ammonta la critica montaliana avrebbe anche lui un momento di nausea. Forse oggi è meglio imparare a memoria che interpretare. La memoria richiede un maggiore investimento mentale e focalizza il testo in se stesso, mentre l'interpretazione e la definizione critica ready made sposta subito l'attenzione altrove, su un altro linguaggio, parassitario e più generico. Canali dice che queste cose sono vecchie, le aveva già delle George Steiner vent'anni fa in Vere presenze. Non vorrei precisare che Steiner l'ho letto già prima che dicesse queste cose, all'inizio degli anni Settanta. Ne discutevo con Fortini, uno dei pochi, mi pare, che in Italia si fosse accorto della pubblicazione di Linguaggio e silenzio (1971). Comunque se una cosa è vera non invecchia e va ripetuta, soprattutto se ci si rivolge a lettori che non l'hanno ancora capita, o a lettori giovani, a non specialisti, a insegnanti frastornati da terminologie analitiche di cui non sanno che fare quando cercano di far leggere la poesia agli studenti. Ma Canali dimentica o non sa (è più che scusabile) che Enzensberger ed io fummo d'accordo nell'aprire una polemica contro l'intossicazione interpretativa, contro le griglie strutturalistiche e semiologiche già nel 1977-78 su riviste come Tintenfisch e Quaderni piacentini (allora le riviste venivano lette). Si schierarono con noi parecchi altri, fra cui Cesare Cases (che se la prese con i «logotecnocrati»), Franco Brioschi, Costanzo Di Girolamo, Giovanni Giudici. L'Unità ospitò molti interventi. La polemica andò avanti, in crescendo, per alcuni anni, finché la corazzata strutturalistica, ritenuta inaffondabile, si inabissò da un anno all'altro, lasciandosi dietro una quantità di naufraghi sconcertati. Insomma, più di quanto Canali creda, questo piccolo libro, un po' provocatorio e disinvoltamente didattico, ha dietro una storia complessa. Ricordo solo un precedente piuttosto noto: il saggio di Susan Sontag Contro l'interpretazione, uscito nel 1964. Ne sentii parlare da Giacomo Debenedetti in uno dei suoi corsi. Ero uno studente universitario del secondo anno.