Per migliaia di restauratori italiani il 12 maggio è stato l'ultimo giorno di lavoro. È scaduto, infatti il mese scorso il termine per fornire la documentazione per mettersi in regola con il Codice Urbani che dà un taglio netto alla possibilità di mettere mano sulle opere d'arte. Un decreto ministeriale del 2000, modificato nel 2001, ha stabilito i requisiti per la qualifica professionale di chi lavora nel settore: in sostanza i diplomati dell'Istituto centrale per il restauro di Roma e l'Opificio delle pietre dure di Firenze e tutti quelli che, a quella data, avessero potuto certificare una serie di requisiti. In seguito il Codice Urbani del 2004, - e le sue modifiche approvate di recente, non hanno fato altro che complicare le cose: per veder riconosciuta la professione bisogna presentare una certificazione che attesti di aver svolto restauri come responsabile dei lavori. Le nuove norme sono state pubblicate sulla Gazzetta ufficiale il 27 aprile e il termine per la presentazione delle domande è stato fissato, appunto, al 12 maggio: solo 15 giorni. E senza proroga. « Questa norma - attacca Livia Potolicchio, coordinatrice nazionale della Fillea restauro Cgil - rischia di tagliare fuori migliaia di lavoratori. Il tempo per raccogliere le certificazioni richieste è ridicolo. Non è mai stata chiarita la forma delle attestazioni, per non parlare del fatto che spesso le imprese non riconoscono, né certificano, il ruolo di tante persone che nei fatti hanno la responsabilità diretta nella gestione tecnica degli interventi. Con la Filca Cisl e la Feneal Uil abbiamo chiesto un incontro al ministro Rutelli. Se non verremo ascoltati, a luglio partiranno le iniziative sindacali». Quello in atto, però, è solo uno dei tanti travagli che il settore del restauro e della conservazione vive da decenni. Languono i finanziamenti: nel 2006 i fondi del ministero dei Beni culturali passano da 181 milioni 374milaeuro del 2005 a 139 milioni 799mi1a, con una riduzione del 23 per cento. C'è poi un'emergenza precarietà del lavoro, problemi di sicurezza e salute dei lavoratori, percorsi di formazione professionale con luoghi di eccellenza e corsi privati o regionali che non rispondono a nessuno standard qualitativo. «Sarebbe utile - sottolinea Potolicchio - che i corsi organizzati dalle Regioni vengano bloccati, perché spesso ci si entra con la speranza di accedere a un mercato del lavoro e si esce senza una preparazione professionale minima. Bisogna definire criteri certi e vedere chi ha le carte in regola e chi no)" - Per ora però le uniche a chiudere i corsi sono state le due scuole statali di restauro: l'Istituto centrale per il restauro di Roma (fondato nel 1939 da Cesare Brandi) e l'Opificio delle pietre dure di Firenze che vanta una storia plurisecolare nata con Ferdinando I dei Medici nel Cinquecento. Ufficialmente il Dipartimento per la ricerca del ministero peri Beni culturali «ha deciso di procedere all'annullamento» dei corsi per l'anno 2006-2007, tranne che per Venaria. Un'altra conseguenza del Codice Urbani, che modifica completamente le norme che regolavano l'insegnamento del restauro e la formazione del restauratore. A marzo l'ex ministro Buttiglione aveva salutato come una svolta epocale l'equiparazione del diploma delle due scuole alla laurea. «Abbiamo fortemente voluto e sostenuto questa riforma - ci dice Cristina Acidini, soprintendente dell'Opificio delle pietre dure di Firenze - perché i nostri ragazzi avranno riconosciuto il titolo in tutta Europa. Lo stop ai corsi di quest'anno è un prezzo che dobbiamo pagare». «Mi sono diplomata nell'85 - racconta la restauratrice Paola Scapigliati - e subito ho cominciato a prepararmi per la prova d'accesso all'Istituto centrale del Restauro di Roma. Mentre studiavo Lettere all'università ho tentato per quattro anni di superare il concorso e ci sono riuscita nell'89. Nel '92 il mio primo lavoro è stato il restauro dei rami del Domenichino nel Duomo di Napoli. Dopo quattro anni ho creato un'impresa, l'Opus restauratori consorziati, insieme a una ex collega dell'Istituto. L'inizio è stato difficile, poi però ho fatto molti lavori importanti in Italia e all'estero. Sono appena tornata da Versailles dove sto lavorando alla Galleria degli Specchi. All'estero ci viene riconosciuta una grande professionalità, lo stesso non si può dire in Italia». Paola si è scontrata anche con una realtà fatta di tecnicismi e burocrazie: «o dovuto fare i conti con una visione molto meno romantica di quella che immaginavo. Gare d'appalto, procedure, certificazioni. Anche economicamente non è che poi ci siano chissà quali soddisfazioni: col principio del massimo ribasso, spesso si vincono appalti in cui il guadagno alla fine è minimo». L'esperienza di Paola è quella di chi ha una qualifica da restauratore conservatore e può aprire un'impresa. Altrettanto non può dirsi per la maggior parte dei lavoratori del settore. Le due scuole di alta formazione del restauro di Roma e Firenze, da quando sono state riconosciute dallo Stato a oggi, hanno formato 1.300 restauratori conservatori. Al momento gli impiegati nel settore sono più di 30mila. C'è bisogno di nuove scuole di alta formazione? «No, quelle esistenti sono già troppe - aggiunge la soprintendente Acidini -. L'istituzione di Venaria a gennaio 2006 è arrivata al momento giusto e la collaborazione sta già producendo ottimi risultati. Altre scuole non mi sembrano necessarie. Forse però serve un polo del restauro al Sud. Palermo sarebbe la sede ideale». C'è però un problema di ridefinizione delle professionalità e di adeguamento delle capacità formative, soprattutto per i livelli medio-bassi. Anche su questo punto il nuovo Codice è intervenuto, facendo però più confusione che chiarezza. Dice la legge: «Gli interventi di manutenzione e restauro su beni culturali mobili e superfici decorate di beni architettonici sono eseguibili in via esclusiva da coloro che sono restauratori di beni culturali ai sensi della normativa in materia». «Oggi sembra - ci confessa Anna Martino, restauratrice non diplomata - che la nuova riforma dubiti anche della possibilità che io metta le mani sulle opere da restaurare. Dopo vent'anni di lavoro, quando la mattina arrivo al cantiere, mi chiedo: ma io che ci sto a fare qui?». Anna si è laureata in Lettere con indirizzo archeologico-medievale nel 1998. Dopo il liceo ha iniziato a lavorare nel settore del restauro perché voleva accumulare titoli per l'esame all'Istituto centrale del restauro di Roma. «Ho iniziato a lavorare al Palatino e intanto l'università andava a rilento. Poi a 22 anni ho avuto il mio vero battesimo come restauratrice, un lavoro sugli stucchi in una chiesa del '700 in Campania. Ero pagata poco, a ritenuta d'acconto». Anna è una di quei 30mila lavoratori del restauro, ottomila solo nel Lazio, l'80 per cento donne, molti laureati, un'età media di 32 anni. 1152 per cento ha contratti di lavoro autonomo (cocopro e partita Iva). «Sono stata tra le prime ad avere un contratto a termine - prosegue Anna-, ero una collaboratrice coordinata e continuativa che firmava l'entrata e l'uscita. Se pioveva mi toglievano la giornata, se stavo male non mi pagavano. Nel cantiere, sotto la volta dell'altare, si facevano impacchi di carbonato d'ammonio ad agosto e noi spesso svenivamo sul ponteggio». Anna il 12 maggio non ha presentato la documentazione. Sta già cercando un nuovo lavoro.