«Un "modello" che tante capitali europee ci invidiano. Dieci anni fa non avevamo una sala da musica degna né potevamo contare su centri polivalenti! La città ha galoppato più forte degli altri per questo parlo di orgoglio» GIANNI Borgna, assessore alle Politiche culturali, fa eternamente la corte (come il sindaco, Walter Veltroni) alla Roma di cui siamo orgogliosi: filosofa, piaciona e sognatrice, infingarda e poetica, sempre grande, quella di tanta letteratura, di tanti quadri e tanti film. Roma che ha avuto una festa tutta per sé, ieri sera, a Piazza del Popolo, un simposio santo e insieme pagano che ha intrecciato Pietro e Paolo con Giovanni, e unito Petrolini a Renato Zero. Assessore Borgna, che Roma abbiamo visto in Piazza? «La Roma che abbiamo costruito in oltre dieci anni di lavoro, con tutto il suo passato ottimizzato nel presente. Una Roma che, fra l'altro, motiva in palcoscenico la continuità del mio impegno, forse eccessiva, ma proficua. Che celebra nell'effimero un disegno culturale partito da lontano, fatto di strutture realizzate, circuiti funzionanti nella quotidianità, sale da musica, case delle arti, musei, teatri, biblioteche. Che testimonia la fatica superata, la pazienza con la quale, per dotarla in tutta trasparenza di ciò che non aveva, abbiamo ottemperato alle regole della pubblica amministrazione, spesso lente e a volte farraginose. Che si sente, a buon motivo e senza trionfalismi, Capitale europea a tutti gli effetti, competitiva rispetto alle Berlino, Parigi o Londra che le davano lezione appena ieri». Tanto che si parla del "modello Roma"... «Una decina d'anni fa non avevamo una sala da musica degna dell'offerta internazionale, non potevamo contare su strutture polivalenti, ci eravamo affrettati ad aprire il Palazzo delle Esposizioni peri Mondiali di calcio senza averlo effettivamente reso idoneo alle sue funzioni, vivevamo in assenza di grandi mostre d'arte... Oggi c'è l'Auditorium di Renzo Piano (che ha superato ostacoli vari, gli scettici, i critici e persino i guastatori: ricordo bene come l'architetto, considerato fra i più grandi al mondo, fu costretto a dimostrare in Consiglio comunale di conoscere la tavola pitagorica e saper fare bene i calcoli). Ci sono le Scuderie del Quirinale, grande intuizione della metà degli anni Novanta che registra, con le sue mostre, dai 300.000 al mezzo milione di visitatori, record assoluto per Roma. Funzionano il Vittoriano, i Capitolini rinnovati, il Chiostro del Bramante, il Macro, le varie Case (Teatro, Cinema, Jazz, Letterature), le biblioteche di quartiere (da 15 a 35 in dieci anni), spazi aperti non solo alla lettura, ma alle varie espressioni della cultura e dello spettacolo... e tanto altro. Non sono qui a fare l'elenco. Eppure, nel primo quinquennio, qualcuno diceva "non stiamo vedendo niente". Bè, la Festa di Piazza del Popolo è orgoglio romano assai ben motivato. Nessuno può parlare di effimero poggiato sul nulla». Roma ha galoppato più forte degli altri? «Proprio per questo parlo di orgoglio romano. Mentre noi si andava avanti, non altrettanto facevano le altre Capitali d'Europa, le altre città italiane. Tutti, da tempo, soffriamo della stretta finanziaria mondiale, eppure, nell'ultimo quinquennio, Roma ha avuto una crescita costante del Pii del 6 . E la Cultura., intesa come investimento, in questa crescita ha un ruolo importante, ha potenziato anche il turismo e creato, attorno ad esso, un forte indotto economico. Nel resto del Paese, con poche eccezioni, è avvenuto il contrario». Soddisfazione piena? «Non ci si può certo adagiare. Per continuare così bisogna rimboccarsi le maniche tutti i giorni. Non si può smettere di finanziare, curare, seguire, mantenere, avere delle idee. I risultati positivi necessitano di una manutenzione costante». Viva la Festa, allora, ma con la testa sulle spalle. «C'è una dimensione per ogni cosa. Alle strutture la pazienza, la competenza, il lavoro, la lungimiranza; alla piazza, la festa, la musica, l'autocelebrazione. Ci devono essere tutte e due le cose. Benché, lo ricordo bene, quelli che polemizzavano contro Renato Nicolini, inventore dell"'effimero", non seppero riconoscergli nemmeno la fondamentale opera di accentuazione della cultura che invece le sue Estati portarono avanti. Dopo di lui, per un bel pezzo, a Roma ci fu ben poco». C'è un elemento preciso che congiunge sostanza e celebrazione? «La competenza, la professionalità. Le strutture culturali romane sono guidate da persone che sanno il fatto loro. Non significa che ognuna produca allo stesso modo risultati felici. Ma non c'è dubbio sia diretta da gente che conosce il proprio mestiere. Non è poco». Che faccia ha la Roma del Terzo millennio? «Non ha perduto il suo volto, anzi. Li vedo con i miei occhi, i turisti, restare a bocca aperta e commuoversi davanti al Marcaurelio nella sua nuova collocazione in Campidoglio. E' lo stupore che prende di fronte alla maestà antica dell'Urbe. Nello stesso modo, però, vedo pieno all'inverosimile anche il nuovissimo Parco della Musica, tutte le sere, in tutte le sue parti. E, piaccia o meno il progetto di Richard Meier per l'Ara Pacis, l'architettura contemporanea si è inserita nel cuore stesso del centro storico con funzione dinamica, per fare, oltre che per ospitare cultura: il simbolo stesso della pax romana non è più solo incapsulato e offerto alla statica ammirazione della gente, ma gli sono stati affiancati un museo "vivo" del monumento e un piccolo auditorio. E' un esempio fra i tanti possibili. Diciamo che la Roma del Terzo millennio ha i connotati di una città non imitabile in cui la Cultura ha una funzione dinamica, in ogni sua parte, a 360 gradi».