L' italiano è richiesto, e per motivi non sempre ovvii. La richiesta di corsi di italiano cresce, in Europa centro-orientale, per motivi economici: le nostre industrie si «delocalizzano» in quelle aree, da un lato, mentre, dall'altro, aumentano quanti da lì emigrano verso il nostro Paese. Ma capita anche che in Estremo oriente la richiesta sia di corsi di un italiano assai specifico, ottocentesco e melodioso, per cantanti lirici che si cimentano con Donizetti e Rossini. Lingua sulla carta periferica, la nostra, sta riconquistando delle posizioni. Alla scommessa è dedicata la due giorni di conferenza sull'«Italiano nella globalizzazione» che apre i battenti oggi a Perugia. È l'Università per stranieri che la promuove, coinvolgendo i direttori di quaranta dei nostri novanta Istituti italiani di cultura all'estero. La selezione degli Istituti è mirata: si tratta di quelli collocati in aree considerate «di interesse strategico», in Asia orientale, MedioOriente,Mediterraneo, Europa orientale, America Latina. C'è un paradosso: in queste aree i nostri Istituti non sono né in maggioranza né i più importanti. Perché questa rete di avamposti della nostra cultura - nata nel 1925 - è disegnata su una mappa di geografia politica ed economica novecentesca. Cioè ormai vecchia. Il grosso è in Europa: sette solo in Germania, sei in Francia, terre della nostra antica emigrazione; pochissimi, per converso, in «Cindia», in India a New Delhi, in Cina a Pechino. Nell'ultimo quinquennio gli IIC, come sono ribattezzati nel gergo della Farnesina, hanno subito logiche schizofreniche: ridotti alla canna del gas quanto a finanziamenti, però incaricati di successive missioni grandiose, come promuovere un «nuovo Rinascimento», e in qualche caso affidati a gestioni avventuriste o scandalose. Oggi, a Perugia, di essi si torna a parlare in modo più consono. Ma, appunto, ora che al Ministero degli Affari Esteri è avvenuto il cambio della guardia, quale quadro si presenta? La rete degli IIC fu ridisegnata dalla legge 401 del '90, la cosiddetta legge De Michelis. Nella legislatura appena chiusa la questione di una riforma si è trasformata in un vero tormentone: il centrosinistra ha ripresentato la proposta di legge di cui, nella legislatura precedente, era primo firmatario Furio Colombo, il centrodestra un proprio ddl, e da una riunione di commissione all'altra non se ne è fatto niente. I finanziamenti, di contrazione in contrazione, sono arrivati ai 17milioni e mezzo di euro della Finanziaria 2006. In cambio, è stato singolare, talora grottesco, l'utilizzo che il centrodestra ha fatto dello strumento predisposto dalla legge De Michelis, i cosiddetti «chiara fama»: i direttori, cioè, non provenienti dall'organico ministeriale, ma scelti per titoli culturali e mandati in alcune sedi (massimo dieci a tornata). È stata una storia di epurazioni (rimosso perché sgradito, daBerlino, UgoPerone e auto-epuratosi da Parigi Guido Davico Bonino), di sostituzioni a sorpresa, con strascichi giudiziari (a Bruxelles Pialuisa Bianco messa sulla poltrona di Sira Miori), di nomine inspiegabili di Carneadi. Per la prima volta, un governo può vantare che due «chiara fama» siano ritornati a casa in anticipo: a Madrid sembra che si sia arreso all'evidenza di non essere adatto al ruolo Patrizio Scimia, tecnico della Telecom, amico però del sottosegretario Mario Baccini; da Mosca è stata richiamata Angelica Carpifave, la cui vicenda - tra malori del personale e interventi di agenti dell'ex Kgb - aveva preso i toni di un tragico fumetto. Dieci è il tetto, dieci ne sono stati nominati. Oggi i «chiara fama» sono: Renato Cristin a Berlino, Giorgio Ferrara a Parigi, Maria Weber a Pechino, Claudio Angelini a New York, Pialuisa Bianco a Bruxelles, Giuseppe Di Lella a Madrid, Pierluigi Barrotta a Londra, Simonetta della Seta a Tel Aviv, Umberto Donati a Tokyo. Mentre è in corso di nomina, scelto dalla vecchia gestione, Alberto Castaldini a Bucarest. Se qualcuno di questi nomi non vi dice nulla, non avete tutti i torti. Di Lella è accreditato come un manager di lungo curriculum. Da un'ultima intervista in Rete, nei panni di presidente dell'associazione laziale della Giunta Storace per lo sviluppo dell'agricoltura, scoprirete come si intenda di coltura dello zafferano. Sembra, però, purtroppo, che non sappia chi è Jannis Kounellis. Se qualcun altro vi dice troppo, idem: Ferrara chi? Sì, è il fratello di Giuliano. Regista teatrale, sotto la sua gestione negli ultimi due anni e mezzo l'Istituto di rue de Varenne ha perso la metà degli allievi dei corsi d'italiano, in cambio ha acquistato un teatrino, costruito nella già bella sala delle colonne. Adatto per monologhi, perchè il palcoscenico è largo meno di due metri. Non a norma di sicurezza, tant'è che per impedire l'ispezione della Prefettura è stata invocata l'extraterritorialità. Ma pur sempre un teatro, dove il direttore-regista, com'è diventata consuetudine, allestisce i propri spettacoli (un'ultima richiesta di finanziamento «extra» per una nuova pièce sembra s'aggiri sui centomila euro). Insomma, l'uso dei «chiara fama» sarà una delle gatte da pelare. Il loro impegno è per un biennio, rinnovabile una sola volta. I primi a scadere senza possibilità d'essere rinnovati saranno nel 2007 Cristin, Ferrara, Angelini, Bianco. Ma, nel frattempo, si potrà ragionare sul metodo. Il centrodestra ha adottato un intreccio tra spoil system e logiche clientelari. Parallelo al ricorso all'«outsourcing» per dribblare le gare d'appalto, così come all'utilizzo di «esperti» (a 11.000 euro al mese) al posto degli adetti di fonte ministeriale (costo sui 6.000 euro al mese). Mail metodo giusto qual è?È naturale che dentro il Ministero aleggi qualche spirito corporativo e non si guardi con favore agli «esterni». Colpevoli - è la critica - anche quando di fama oggettiva e chiarissima, di infischiarsene della gestione quotidiana. E, si aggiunge, di non portare in genere un soldo col loro nome, in termini di sponsor, come si auspicherebbe. Ma da qui, nelle stanze della Farnesina, si passa a un'osservazione condivisibile: il problema è l'utilizzo di queste personalità. Che dovrebbero avere, tra i titoli, anche esperienze manageriali o di organizzatori: poniamo un direttore di teatro o un assessore alla cultura. O, dice più d'uno, essere utilizzate diversamente, su progetto: il day by day a chi sa farlo, l'exploit al creativo di nome. Eccoci a due nodi. Primo: a cosa servono gli Istituti? Dovrebbero creare attrazione per il nostro Paese e fidelizzare legami. Creare interesse per l'Italia significa promuovere iniziative che, sul piano culturale appunto, la rendano appetibile: quelle classiche sono le rassegne di cinema; ma il buon senso dice che oggi, con le nuove tecnologie, si potrebbero realizzare - con pochi soldi - mostre virtuali che pubblicizzino il patrimonio artistico del Bel Paese. Più «redditizio», a lungo termine, questo, che la vulgata impostasi negli ultimi anni: periodicamente si è dato compito agli Istituti di pubblicizzare Ferrari e burrate, Chianti e stilisti. Per fidelizzare, nulla di meglio che insegnare la lingua: il coreano che impara l'italiano diventerà un amante a lungo termine della nostra cultura. D'altronde dove le cose marciano, i corsi di lingua sono il vero cespite degli Istituti: a Madrid e Tokyo, in anni di buona gestione, erano arrivati a incassare due miliardi di lire l'anno. Ma qui bisognerà decidere chi, per il nostro Paese, ha questo compito: perché le competenze degli IIC si sovrappongono con quelle della Società Dante Alighieri, con sprechi di soldi e confusione di immagine. I soldi, inutile dirlo, sono l'altro nodo. Se sono pochi, è l'interrogativo che corre, perché non rivedere la rete degli Istituti? Dai sette tedeschi tirarne fuori uno. Verificare quelli «in sonno»: a Baghdad ce n'è uno, chiuso, le cui spese però corrono lo stesso. Pianificazione, razionalizzazione, controllo degli sprechi. Dopo cinque anni di un intreccio vizioso tra torpore e follie, è «buon senso», sembra, la prima richiesta che viene dagli Istituti.