Stento a comprendere il senso del dibattito sul Beneculturalismo e, soprattutto, l'alternativa proposta. Infatti, ammesso che gli antibeneculturalisti abbiano ragione e le loro serrate critiche siano fondate, non si capisce quali alternative propongano per realizzare una corretta gestione della questione cultura nel nostro Paese. Se, infatti, sul piano della critica, si è fatto a gara a elencare tutti i mali del Beneculturalismo, con presunte conseguenze nefaste nei rampi più disparati, dall'università all'artigianato, dalle mostre al federalismo, nel momento di passare alle proposte, mi è parso notare una certa latitanza di idee e, conseguentemente, di strumenti. Certo non appare particolarmente brillante, ad esempio, un generico auspicio di ritorno al passato. A quale passato ci si riferisce? Quando, nel passato, c'è stata una gestione, che ha garantito risorse pubbliche sufficienti per il governo del patrimonio culturale? Non è forse vero che in questo settore non è mai esistita un'età dell'oro? A cosa può concretamente approdare la semplice invocazione di maggiori risorse per la cultura, e lo sblocco delle assunzioni? Ma è proprio l'oggettiva carenza di proposte alternative che dovrebbe suggerire ai tanti critici una più benevola valutazione del Beneculturalismo, partendo dalla risposta al quesito se sia veramente così negativo. La principale accusa che s'intende addebitare a questa tendenza è di essere responsabile di avere compresso e progressivamente emarginato interessi storico-artistici, e cioè i valori assoluti espressi dal Patrimonio culturale nazionale, a beneficio di un suo utilizzo, ritenuto inammissibile, più marcato sotto il profilo economico e sociale. Di avere, cioè, promosso l'esaltazione degli aspetti meno nobili e perfino più venali del patrimonio culturale, che per altro avrebbe proprio da ciò subito danni irreparabili. Ora, a parte che non riesco a trovare i presunti danni arrecati al nostro Patrimonio culturale del Beneculturalismo, mi sembrerebbe opportuno evidenziarne piuttosto la validità di alcune direttrici. In primo luogo, la realizzazione del codice dei Beni culturali cui ha fornito un contributo fondamentale anche il professore Salvatore Settis, ha dato vita, ad unanime parere della quasi totalità degli esperti italiani e stranieri del settore, alla più completa, articolata ed esaustiva normativa al mondo in materia di tutela del Patrimonio Culturale, in coerente e puntuale attuazione dell'articolo 9 della Costituzione. A distanza di due anni dalla sua entrata in vigore, non un solo bene è stato ceduto, né ha subito danni di qualsiasi genere o deturpazione. Eppure la sua approvazione fu accompagnata per lungo tempo da critiche, polemiche e accuse ingiuste, rivelatesi del tutto false sui veri propositi del codice che sarebbero stati quelli di svendere il nostro Patrimonio. Non mi risulta che ci sia stato nessuno dei denigratori che abbia avuto l'onestà intellettuale di chiedere scusa per questo. In secondo luogo, il problema è sempre stato quello delle risorse che, in seguito alle congiunture negative, da poche che sono sempre state, sono ulteriormente diminuite. Quali vie, allora, per reperirne di nuove? Da qui le norme per l'istituzione dell'Arcus Spa e per la gestione privata dei musei e delle aree archeologiche e paesaggistiche. Perché tali scelte sarebbero sbagliate? Cos'è che impedisce di capire, in un Paese in cui lo Stato detiene appena il 13 dell'intero patrimonio culturale nazionale e i soggetti privati il 17, che ciò che veramente conta è che la tutela sia saldamente a carico dell'entità pubblica, mentre la gestione ai privati può costituire una vera alternativa per una seria e durevole canalizzazione di risorse aggiuntive a sostegno della conservazione e fruizione? Perché un così immenso patrimonio dovrebbe essere reso neutrale rispetto a un corretto e sostenibile utilizzo, per giunta finalizzato alla sua tutela? Perché i cittadini non dovrebbero godere delle conseguenti ricadute economiche, sociali e occupazionali che una gestione sostenibile di tale patrimonio comporterebbe? Su quali valori si basa questa visione pseudo sacrale della gestione di monumenti, musei, chiese, dimore storiche, castelli da affidarsi in maniera esclusiva a sacerdoti laici del sapere, i cui progetti di studio e ricerca dovrebbero ridurre a una presenza del tutto marginale visitatori e turisti, subiti magari con un certo senso di snobistico fastidio? Siamo proprio certi che i nostri avi hanno realizzato quei beni unicamente per gratificazione spirituale e non anche per un qualche interesse economico? È proprio giusto che lo Stato non debba porsi un obiettivo alto e nobile come quello di esaltare un patrimonio millenario, attraverso la sua tutela e fruizione, individuandone ogni possibile utile ricaduta sociale, purché sostenibile? E allora, prima di mettere al muro una politica, si abbia la capacità di elaborarne un'altra, possibilmente in grado di soddisfare tutte le esigenze, che una realtà culturale unica al mondo come quella Italiana può legittimamente aspirare a vedere realizzate.
Sui Beni culturali governo senza idee
L'autore critica il dibattito sul Beneculturalismo, che secondo lui è stato caratterizzato da una latitanza di idee e proposte alternative. I critici del Beneculturalismo accusano di aver compresso e emarginato gli interessi storico-artistici e di aver promosso l'esaltazione degli aspetti meno nobili del patrimonio culturale. L'autore risponde che non ha trovato i presunti danni arrecati al patrimonio culturale e che il Beneculturalismo ha portato a una normativa completa e esaustiva sulla tutela del patrimonio culturale.
Artista / Persona
Bene culturale
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