Il futuro di Roma. Intervista incrociata a due protagonisti deirarchitettura contemporanea, Peter Eisenman e Leon Krier. Il confronto tra innovazione e tradizione, il caso dell'Eur. E il necessario rilancio delle aree più degradate Ipermoderna o neoclassica? Proiettata verso un futuro di prodigi high-tech o fedele alla tradizione di un patrimonio architettonico unico al mondo? Come dev'essere, insomma, la Roma del Terzo Millennio, ormai meta privilegiata dei maestri della progettazione, da Renzo Piano a Zaha Hadid, da Rem Koolhaas a Massimiliano Fuksas e Richard Meier? Amici-rivali, protagonisti del secondo appuntamento dei Colloqui d'architettura organizzati dal Cesar, il Centro studi di architettura razionalista, Peter Eisenman e Léon Krier si affrontano-scontrano nella sala Quaroni del Palazzo Uffici all'Eur in un dibattito pirotecnico per disegnare gli scenari prossimi venturi della Città Eterna e, dopo, accettano un'intervista incrociata, sempre nel segno della provocazione e della sorpresa. E' proprio una "strana coppia", quella Eisenman-Krier. Entrambi docenti a Yale, accomunati dal gusto per le battute fulminanti ma lontani mille miglia per scelte ideologiche e convinzioni sull'arte del costruire: l'uno, alfiere del decostruttivismo, della scomposizione delle forme e di una assoluta libertà creativa; l'altro, teorico del New Urbanism, del neoclassicismo, del recupero delle tecniche costruttive tradizionali e dell'uso dei materiali naturali. Dice Krier, con ironia mista a autoironia: «Io mostro ai miei allievi edifici moderni e chiedo di trasformarli in classici, Peter mostra progetti di Palladio e vuole che i ragazzi li cambino adottando un linguaggio moderno». Eisenman, per una volta, butta un po' d'acqua sul fuoco: «Non esageriamo. Anch'io credo nell'importanza della storia e tengo molte lezioni sui grandi architetti italiani, da Brunelleschi a Piranesi». Naturalmente sono divisi anche sul futuro di Roma. A cominciare dall'Eur. Sostiene Krier, nemico acerrimo dei grattacieli che definisce "una forma di priapismo architettonico", incontrollabili sul piano della sicurezza e fonte di altissimi costi energetici, non più sostenibili: «L'Eur è un tipico esempio di città orizzontale, fatta di edifici a basso costo energetico, facilmente percorribile a piedi. Ma è rimasta un progetto a metà. Personalmente, a parte la tutela dell'eredità razionalista, la dividerei in quattro settori. Potrebbe essere il modo migliore per ridefinirla e completarla». Eisenman approva ma rilancia con una fiondata perfida: «Sì, l'idea di un'Eur divisa in quattro è suggestiva: purché non venga deciso di affidare la progettazione di tutte e quattro le parti a Krier... Per quanto mi riguarda, non credo che il problema dell'Eur sia il suo restauro ma la sua innovazione, la possibilità di costruirvi nuovi edifici». E più in generale, su Roma, la ricetta dell'architetto americano non cambia. «Credo che Roma oggi debba mostrarsi all'altezza del suo grande passato e della sua collezione di capolavori architettonici. Deve fare uno sforzo per non limitarsi a gestire le sue glorie ed essere di nuovo una grande capitale internazionale da un punto di vista architettonico. Krier può avere ottime idee ma, alla fine, si chiude in una visione conservatrice che non condivido. Adesso, più che mai, serve innovazione». Il "conservatore" Krier, però, non disarma e replica con una proposta tutt'altro che irrilevante per lo sviluppo della città. «I problemi di Roma», dice, «non sono quelli del centro storico, che ovviamente ha un assetto definito: sono quelli delle periferie. Lì si potrebbe fare qualcosa di spettacolare: per esempio, ristrutturare il Corviale! (ride) Bisognerebbe riparare i danni fatti dagli anni 30 agli anni 60. C'è molto da fare. Ma servirebbe una politica globale, un piano che abbracci tutto il territorio anziché dare un colpo qui un altro lì». Aggiunge: «Le periferie romane sono state costruite come totalmente dipendenti dal centro. Non hanno nessuna autonomia, sono luoghi abbandonati al loro destino dove non si può lavorare né vivere. Roma, invece, deve diventare una città policentrica». E, su questo terreno, il deco-struttivista Eisenman e il neoclassico Krier si trovano improvvisamente più vicini al dialogo. In sintonia con la sua fama di inguaribile polemista Eisenman è stato recentemente molto critico con quella che ha definito "l'architettura spettacolo" degli ultimi anni che- a suo giudizio - avrebbe visto la realizzazione di progetti senza dubbio suggestivi ma svincolati da uno sviluppo urbanistico rigoroso e coerente. «Non ho cambiato idea», dice adesso. «Anzi, ho scritto un manifesto per la Biennale dal titolo Contro lo spettacolo in cui metto in discussione un certo star System affermatosi negli anni 90. L'architettura è diventata oggi un oggetto di grande interesse per i media ma, secondo me, questo fenomeno la sta danneggiando, lo trovo pericoloso. Serve, invece, una profonda riflessione teorica che ci porti più in là di quanto possano fare le magie del computer». Krier, in questo caso, è solidale. «Sì, è fondamentale che l'architettura adotti un linguaggio ripetibile che possa adattarsi alle esigenze del territorio urbano anziché dare vita a exploit clamorosi, quasi sempre staccati dalla città. Anche in un sistema tradizionale c'è l'esigenza di avere edifici spettacolari: solo che questi exploit debbono inserirsi in una sintassi, in una grammatica comune che abbia un senso per gli utenti e un contenuto sociale». Magari cominciando dalla rinascita delle periferie. IL DIBATTITO Il destino delle periferie è considerato ormai la sfida più grande per le megalopoli contemporanee. «Futuro delle periferie, futuro della città» è il titolo della tavola rotonda che si svolgerà oggi a Milano alle ore 11 presso Palazzo Clerici. La discussione si basa sul Rapporto Annuale 2005 di Unidea UniCredit Foundation. Il dossier è curato dall'antropologo e urbanista Franco La Cecia. E' arricchito dalle immagini di Patrick Zachmann sulle periferie francesi e sui villaggi del Mali. Raccoglie i contributi di Sylvain Froidevaux, esperto di urbanesimo africano, di Teodor Mircea Alexiu, antropologo ed esperto di periferie dell'Est Europa, e di Mike Davis, il maggiore studioso contemporaneo dell'America metropolitana.