FRANCIA e Egitto sono, archeologicamente, sul piede di guerra. E come è buon uso nei conflitti la prima mossa è sempre radere al suolo, fragorosamente, i simboli del potere e dell'«invasione» nemica. E' quello che annuncia e si appresta a fare Ali Radwan, uno dei più noti archeologi egiziani, ex preside della facoltà del Cairo, presidente dell'ordine degli archeologi arabi. Per gettare il guanto di sfida è stato scelto un luogo avvolto di suggestioni e di emblemi: Karnak e il sacrario di Amon, un chilometro di tempio, di pietre, di colonne, di bassorilievi, di obelischi, di sacrari, di gradinate, di laghi sacri. Radwan ha annunciato ai colleghi francesi che verrà rasa al suolo la storica, secolare casa dell' egittologo loro compatriota Georges Legrain. Struttura che non fa parte solo della biografia di uno dei pionieri della egittologia, ma ospita tuttora il centro di ricerche franco-egiziano. La ragione di questo brutale sventramento? Si vuole liberare la vasta spianata, seicento metri per trecento, davanti al tempio per favorire il trabondante afflusso turistico. Il dubbio che la ristrutturazione sia una semplice scusa nasce dalle dichiarazioni accigliate, scandite da «terzomondismo» archeologico, dell' illustre egittologo. «Il tempio di Amon è un territorio egiziano che è sovrano, e siamo noi che decidiamo quello che va bene per la nazione». E ancora: la presenza francese a Luxor non deve trasformarsi «in una città del Vaticano nel centro di Roma». Le relazioni archeologiche tra Francia ed Egitto, dice Radwan, occorre si svolgano «su un piede di parità: abbiamo bisogno di questo spazio per far fronte al turismo di massa». Quindi sgombrate. La casa di Georges Legrain ha un valore fortemente simbolico: perché la storia archeologica di Karnak e delle sue immense pagine di graffito ha come sottofondo la Marsigliese. Dopo Auguste Manette, che ebbe il merito di puntare i riflettori sul cuore religioso della antica Tebe dei faroni, Legrain, che ha inventato nel 1858 il servizio delle Antichità dell' Egitto, fu primo direttore dei lavori, dal 1895 al 1917. Le pale dei suoi fellah riportarono alla luce i due assi principali dell'immenso tempio dove ancor oggi si avanza balbettando nel mare di pietre; e quindicimila oggetti, tra cui ottocento statue, che sono oggi esposti al museo del Cairo. Bizze, intemperie e ripicche tra i due Paesi non sono però al primo capitolo. La polemica sul colonialismo archeologico è divampata, ad esempio, nel 2004 con la vicenda della camera segreta. Scambio di randellate tra due giganti, Wicolas Grimal, egittologo del College de France, e Zahi Hawass, segretario del consiglio superiore delle antichità del Cairo. Hawass ha considerate inaccettabile la richiesta di un note egittologo dilettante francese, Giles Dormion: voleva svolgere ricerche nella piramide di Cheope per provare l'esistenza di una camera segreta del faraone, che sarebbe ancora intatta con i suoi tesori. Teoria suggestiva e discussa ma non da Grimal. «Siamo noi egiziani i guardiani della piramide - incalzò Hawass - cosa direbbero a Parigi se dei dilettanti egiziani chiedessero di fare scavi dentro Notre Dame per cercare le prove di una loro teoria?». Fu un rude colpo anche la replica di Grimal, secondo cui Hawass cerca solo di vietare agli altri quello che in realtà sogna di scoprire lui. E se la spiegazione di tutto fosse in realtà al Louvre? Lo zodiaco di Dendera è uno dei gioielli più famosi delle collezioni egiziane del museo. E' una conturbante «istantanea del cielo» che si trovava nel tempio della dea Athor, trasposizione su pietra della concezione egiziana secondo cui l'anima degli dei risiede nelle stelle e la loro energia dunque guida il cammino degli uomini verso il cielo, la loro vera patria. E' uno dei capolavori di cui l'Egitto rivendica la restituzione. Dal Louvre a Karnak: come è grande la guerra dell'egittologia.