La Natività del Caravaggio fu rubata tra le 11 e le 15 del 18 ottobre 1969 nell'oratorio di San Lorenzo di Palermo, dove si trovava dal 1609. La grande tela (quasi tre metri per due) venne smontata tagliandola con una lametta lungo la cornice e portata arrotolata con una moto ape al quarto piano di un palazzo in via Archirafi. Qui era ospite un latitante di piccolo cabotaggio che mise in contatto i ladri con i boss che comandavano in quel mandamento. Il dipinto fu, quindi, portato nella fabbrica del ghiaccio dei Vemengo. Cominciarono le trattative con la Curia per la restituzione, mediante annunci in codice sul Giornale di Sicilia, i quali approdarono a una richiesta di 100 milioni di lire, seguita dall'invio di un pezzo di tela «grande quanto un pugno», oggi smarrito. Non se ne fece niente. Marino Marini, un esperto di Caravaggio, venne invitato segretamente in Sicilia a vedere la tela: era intatta, salvo un angolo in basso a sinistra. Da un restauratore della sovrintendenza di Napoli il quadro venne poi segnalato, ma senza esiti, in una villa della periferia di Palermo. Anni dopo si venne a sapere che il quadro era passato di mano in mano tra i boss mafiosi dell'epoca: Pietro Vemengo, Rosario Riccobono, Michele Greco, Gerlando Alberti. Il nipote di quest'ultimo, Vincenzo La Piana, rivelò di avere aiutato lo zio a seppellire la tela con alcuni chili di eroina e milioni di dollari. Ma Alberti, arrestato nell'agosto del 1980, nega la circostanza, e sul luogo della sepoltura non si trovò nulla. Il giornalista inglese Peter Watson a caccia di scoop, sotto falsa identità, riuscì a mettersi in contatto con i detentori. Ma la pista venne annientata dal terremoto del 1980, tanto che egli ipotizzò che la tela fosse rimasta sepolta a Laviano. Nel 1996 Francesco Marino Mannoia affermò di aver rubato il quadro e che questo era andato distrutto durante il trasporto. Ma si suppone abbia fatto confusione con altro quadro di Vincenzo da Pavia rubato negli stessi mesi. Da allora diversi pentiti, come Salvatore Cangemi, hanno affermato che viene ancor oggi utilizzato come vessillo rituale nelle riunioni dei vertici della mafia.