Le idee sono state sconfitte, dice Marcello Veneziani, anzi sono bell'e che morte e sotterrate. «Non c'è un'idea pubblica in piedi, il cimitero è pieno di idee sepolte e condannate, ma anche la sala parto delle nuove idee è un mortorio, un silenzio di tomba» scrive il massimo intellettuale della destra comunitaria (da con confondersi con la destra liberal). Le metafore sepolcrali appaiono nel suo saggio "La sconfìtta delle idee", appena uscito da Laterza (pagg. VII-145, euro 14). L'intervistato e l'intervistatore, che grazie alle comuni origini meridionali si ricordano ancora del consuolo (affascinante banchetto funebre ucciso dalla modernità), decidono di elaborare il lutto in uno storico ristorante dell'Isola Tiberina. La concreta cucina romanesca cade a fagiuolo. Parlando di idee c'è sempre il rischio di perdersi nelle astrazioni, nell'iperuranio platonico, e allora un rigatone e una giuncata, una polpetta e un bicchiere di Frascati, sono quello che ci vuole per mantenere i piedi per terra. Per quanto possibile, ovvio, vista la gassosità dell'argomento. Innanzitutto cerchiamo di capire che cos'è un'Idea. «L'idea e un principio ordinatore, una chiave di interpretazione della vita e della società, una visione del mondo, insomma una guida per orientarsi nella realtà». Possibile che si stano tutte improvvisamente estinte, come i dinosauri? «L'unica idea che resta in circolazione è quella che ruota intorno al libero mercato, il liberismo, ma credo che si tratti di una pseudo-idea perché prospera grazie alla sconfitta generale delle idee e si pone come semplice amministrazione della realtà». Idea o pseudo-idea, è comunque un qualcosa di molto vitale... «Certamente, tant'è vero che la differenza fra i programmi del partiti di destra e dei partiti di sinistra, non solo in Italia, sembra ridursi a divergenze sul diverso dosaggio di liberismo da somministrare». Nel libro viene citato Ezra Pound: «Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le proprie idee, o non valgono nulla le sue Idee o non vale niente lui». La frase è molto bella ma potrebbe piacere anche ai kamikaze islamici. «Molti dei nostri problemi nascono proprio dall'aver lasciato il monopolio delle idee ai fondamentalisti e ai nuovi giacobini, che ne fanno un pessimo uso. Questo è accaduto perché la politica è stata ridotta a semplice amministrazione. Ed è risaputo che quando gli dèi se ne vanno al loro posto arrivano i dèmoni». Il Novecento è stato squassato da parecchie Idee demoniache. «Parlerei piuttosto di ideologie, che stanno alle idee come il comunismo alla comunità, o come la polmonite ai polmoni. Una specie di infiammazione. Da questo punto di vista l'ideologia peggiore è stata proprio il comunismo, il cui rovinoso fallimento ha trascinato con sé buona parte delle speranze di cambiamento legate alla politica. Anche il fascismo ha le sue responsabilità: prima la sua retorica e poi la sua caduta hanno reso quasi impossibile esprimere sentimenti come l'onore o il patriottismo senza correre il rischio di essere considerati liberticidi e antidemocratici». Un po' come la moneta cattiva che scaccia quella buona... «Sì, la perdita delle passioni collettive è compensata dalla virulenza delle passioni private, che spesso si trasformano in violenza. E mentre le passioni collettive erano legate ad idee di lunga durata, giuste o sbagliate che fossero, quelle private sono figlie delle emozioni, e quindi effimere. Anche la fede ormai si vive senza idee, ad esempio senza l'idea di Dio. Dilaga una religiosità piena di sentimenti e povera di testimonianza». La colpa di questo stato di cose è anche degli Intellettuali? Che cosa stanno facendo coloro che di mestiere dovrebbero produrre Idee? «Gli intellettuali sopravvivono negli anfratti dei media, sono come pidocchi annidati nelle pieghe di quel grande animale che è la politica e di quell'animale grandissimo che è l'economia. Quando gli va bene fanno i caratteristi in tivù. Ma non tutte le colpe sono della televisione, visto che le pagine culturali dei quotidiani hanno subìto un progressivo arretramento, sia simbolico sia materiale, dalla terza pagina alla trentesima o giù di lì». Insomma non si salva niente e nessuno. «No, qualcuno se la passa bene. Nella rovina complessiva degli intellettuali si sono salvati i narratori, i romanzieri, che di tutti coloro che scrivono sono tradizionalmente i più lontani dall'ideologia». Ma il romanzo non era già morto? «Niente affatto. Richard Rorty, uno dei più celebri filosofi contemporanei, ha detto che se fosse posto di fronte al dilemma di salvare un solo libro da un'eventuale catastrofe termonucleare, salverebbe un romanzo e non un saggio. Il sociologo Zygmunt Bauman ha dichiarato che il miglior compendio dell'avventura del pensiero umano è contenuto in un libro di Borges. E il successo dei romanzi sul mercato librario conferma anche commercialmente queste opinioni di élite». Allora tutto è a posto, il cerchio si è chiuso: Cartesio e Camilleri uniti nella lotta. «Sarebbe meglio spezzarlo, questo cerchio. Il romanzo sconfigge il saggio perché a essere sconfitte sono state prima di tutto le idee. I lettori, che sempre più spesso sono lettrici, preferiscono perdersi nel labirinto insensato della vita, piuttosto che rintracciare un filo di Arianna che indichi la via. Il romanzo celebra il narcisismo dell'individuo, nell'esaltazione del singolare fa perdere di vista l'universale». Quindi la lettura ha perso valore. «Sono i lettori ad aver perso valore. In Italia a leggere i libri è sempre stata una minoranza, solo che un tempo quella minoranza rappresentava la classe dirigente mentre oggi è un ceto medio-piccolo che non ha più nessuna particolare rilevanza sociale, non ha prestigio né funzione di orientamento, tanto è vero che l'ignoranza si è fatta proterva e gli ignoranti sono per la prima volta orgogliosi di esserio». Per venire alla contingenza, cioè alle questioni Rai di cui lei è fresco consigliere di amministrazione, c'è una domanda inevitabile: come se la passano le Idee in televisione? «Uno dei compiti di questa nuova gestione è proprio quello di promuovere le idee, che secondo la vulgata sono incompatibili con la televisione. Ma questo non è vero perché durante l'era Bernabei e anche nell'era Guglielmi le idee hanno vissuto in Rai una stagione gloriosa. Ora si tratta di farle rifiorire in un contesto diverso». Continuando a volare basso, a parlare di cose nostre, chi ha più da perdere dalla sconfitta delle Idee, la destra o la sinistra? «Premesso che le idee non si vedono da ambo le parti, la sinistra vive un travaglio più faticoso, costretta a supplire al vuoto ideale con la mobilitazione permanente contro il Nemico. L'indignazione non produce consenso duraturo, non produce di per sé politica». E invece cosa dovrebbe fare? «Non è mio compito dare ricette alla sinistra, ma se fosse coerente dovrebbe, nel nome di quell'idea di uguaglianza che è sempre stata la sua peculiarità, proporre all'Occidente un ridimensionamento complessivo, per includere e tutelare i più deboli che premono dal Sud del mondo. Sarebbe però una politica innaturale e masochista: rinunciare ai propri interessi e ai propri valori per far posto a quelli altrui».
il Giornale
4 Giugno 2003
"Italia, fatti venire un'idea"
CA
Camillo Langone
il Giornale
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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