23-GIU-2006 IL FOGLIO Roma. Alla grande, l'incipit di Francesco Rutelli come ministro ai Beni culturali. E, siccome il suo sentire profondo inclina verso il contemperamento se non il compromesso, verso l'enfasi non però disgiunta dall'understatement, eccolo muoversi sul binario della conciliazione tra l'antico e il moderno, evitando le scelte drastiche come quelle che, tra il Quattrocento e il Seicento, videro la cultura italiana ed europea battagliare nell'infinita querelle tra il Classico e la Modernità incalzante, appunto. La sua prima uscita da ministro è stata la presentazione alla stampa di una tomba etnisca di Veio appena recuperata, importante perché ricca dei più antichi affreschi conosciuti del bacino del Mediterraneo, una sequenza rituale di leoni e uccelli acquatici in volo; la seconda è stata, subito dopo, l'intervento alla cerimoniarinfresco organizzata in ricordo del pittore Piero Dorazio nel cortile di Sant'Ivo alla Sapienza con folto concorso di pubblico: c'era perfino il prof. Giovanni Sartori, che mai avremmo sospettato fan delle avanguardie artistiche del XX secolo. Naturalmente, non è mancato il sindaco di Roma, Walter Veltroni. Nel suo intervento, anche lui ha ricordato l'artista, e i discorsetti dei due sono stati molto simili, parole di occasione come ci si aspetta in circostanze nelle quali non si sa mai se mostrare un pizzico di compunzione oppure un piglio di gioviale mondanità: atteggiamento quest'ultimo che Piero Dorazio avrebbe senz'altro preferito e nel quale era maestro, quando apriva la sua villa di Todi a favolose feste notturne. A ricordarcele, l'altra sera, a Sant'Ivo c'erano le guantiere di parmigiano in schegge; nel monastero da lui splendidamente restaurato e che gli faceva da studio il parmigiano era offerto in forme intere, spaccate come una anguria e lasciate al libero godimento degli astanti per trame le schegge, come prescrive la consuetudine, ciascuno secondo i suoi gusti e le sue misure. La cerimonia romana è venuta un po' come riparazione per l'assenza delle autorità ai funerali dell'artista, celebrati nella sala comunale della cittadina medievale che lui sognava di innalzare a capitale mondiale dell'arte attirandovi celebrità da ogni parte, compreso Jonesco, di Piero grande amico ed estimatore. Il sogno non fu mai realizzato. Non lo sì è realizzato neanche a Roma, nonostante i due sindaci presenti a Sant'Ivo, Rntelli come Veltroni, l'abbiano intensamente coltivato e più volte promesso. Anche in questo, destini paralleli, i due. Cominciarono più o meno insieme le loro carriere quando sindaci a Roma erano, prima il mummificato Giulio C. Argan e poi il dinamico e aggressivo Luigi Petroselli, il popolarissimo Joe Banana. Veltroni, in pantaloni di velluto a coste fuori ordinanza, faceva il consigliere comunale; Rutelli, da poco salito al suo primo incarico istituzionale, quello di segretario del Partito radicale del Lazio, sgomitava per un po' di visibilità appuntando la mira proprio su Petroselli. Molti preconizzarono che sarebbero prima o poi diventati awersari, inevitabilmente concorrenti, pescando tutti e due nello stesso bacino politico-elettorale. Non è stato così almeno fino a ieri, quando li ha divisi la corsa al ministero dei Beni culturali. Il candidato di Veltroni, Goffredo Bettini, non ce l'ha fatta, segato proprio da quello che pure era stato suo pupillo. Per questo, forse, il momento più eccitante, lì a Sant'Ivo, si è avuto quando il ministro e il sindaco, poco dopo essere giunti nel grande cortile, si sono appartati (si fa per dire, erano in bella vista) e si sono messi a confabulare. I loro volti si sono fatti seri e il loro parlottare non faceva presagire nulla di buono, chissà per chi. Se può essere un indizio circa il rapporto tra i due dioscuri, per almeno un paio di volte Rutelli ha appoggiato confidenzialmente la mano sul braccio e sulla spalla del primo cittadino di Roma. Nonostante apparenze, previsioni e scommesse, la grande partita a due non è ancora iniziata. Maturano progetti comuni? Se non per Roma, forse per Palazzo Chigi.