Soprintendenze con l'acqua alla gola. Non ci sono i soldi per le spese correnti, tipo le «missioni» fuori sede dei funzionari spesso per accertare condizioni di salute di dipinti o sculture. E il gentile lascito di Tremonti e soci. Ma anche la burocrazia ci mette il suo, a volte. Secondo il segretario per i beni culturali della, Uil Gianfranco Cerasoli, 18 soprintendenze hanno così pochi soldi in cassa da rischiare la bancarotta. Questo perché - sostiene il sindacalista - il direttore di dipartimento dei beni culturali e paesaggistici Francesco Sicilia - confermato dall'ex ministro Buttiglione - non avrebbe accreditato in cassa la bellezza di 57 milioni, 660 mila euro del 2006 benché quei quattrini per tutte le soprintendenze e direzioni regionali sulla carta sarebbero disponibili e assegnati dal bilancio. Soldi «bloccati» da lentezze burocratiche, ma soldi necessari come l'aria per il funzionamento ordinario (fax, luce, bollette, stipendi), l'allarme «chiusura» va preso più come una provocazione, ma che le soprintendenze abbiano il respiro corto lo sanno anche i sassi. Tra i casi più eclatanti che vengono messi in risalto: la soprintendenza del patrimonio storico artistico del Lazio al 3 1 marzo scorso contava in cassa 81 mila euro; quella di Verona, Rovigo e Vicenza 99 mila; quella, vastissima, di Milano, Como, Bergamo, Pavia, Sondrio, Lecco, Lodi e Varese 179 mila (già scesi a 103 mila un mese fa); quella di Venezia, Padova, Belluno e Treviso 190 mila; la soprintendenza fiorentina (non il polo museale) di 314 mila; tra gli istituti archeologici Ostia antica disponevadi 23 mila euro, il Lazio di 107 mila. Una precisazione: questi erano i soldi in cassa al 31 marzo di cui una parte è già andata nelle spese correnti.