ROMA. Alla cultura lo Stato destina lo 0,3 del Pil. Considerato l'imponente patrimonio diffuso di cui il nostro Paese dispone, è una quota risibile. Si dovrebbe arrivare ha chiesto Federculture al ministro Ruteili almeno all'un per cento. Un proposito che presuppone una radicale inversione di rotta: da una politica di riduzioni, qual è stata quella praticata negli ultimi anni, a una di finanziamenti. Il ministro condivide la prospettiva, ma con cautela. «Ci saranno ha affermato ieri ragionevoli e graduali recuperi rispetto ai tagli selvaggi che abbiamo conosciuto». Bisogna, però, tener conto di una situazione generale che non è delle più floride. Dunque, il rischio che il ministro dei Beni culturali debba ancora puntare i piedi contro un ulteriore contenimento delle risorse «c'è tutto e non lo nascondo affatto ha precisato Rutelli . Per questo sono così circospetto. Non faccio proclami, ma una valutazione onesta e seria. I conti sono difficili, ma è impossibile che si metta mano a un ministero che è stato il più selvaggiamente vessato negli ultimi anni». D'altra parte e sono gli stessi addetti ai lavori a dirlo più in basso di così non si può scendere. Negli ultimi quattro anni le risorse destinate ai Beni culturali hanno subito un taglio medio del 62 per cento. Per rimanere all'ultima Finanziaria, i fondi ordinari sono stati ridotti del 25 e i fondi per gli investimenti del 50 per cento. C'è poi il capitolo Fus (Fondo unico per lo spettacolo), passato dai 516 milioni di euro del 2001 ai 375 del 2006. In queste condizioni i musei rischiano la chiusura, perché non hanno più i soldi per pagare le bollette della luce. Lo hanno denunciato i soprintendenti da tempo e la loro voce si è rifatta sentire anche nei giorni scorsi.