Veio, gli «abitanti» della necropoli Possiamo anche far finta di stupirci, ma francamente sarebbe ipocrita. Aver allestito questi poveri giacigli nelle tombe etrusche del Parco di Veio significa solo aver collocato un po' più in basso il fondo del barile. E unire due sentimenti di sconforto: il primo, umano, per la situazione di questa particolare categoria di fantasmi che sopravvivono all'estremità del nostro vivere. Il secondo, civile, per l'incapacità insistita che abbiamo di tutelare il nostro patrimonio archeologico. Eliminiamo subito possibili equivoci su questo secondo aspetto: il problema non è il Parco di Veio, né possiamo cavarcela furbescamente scaricando sull'ultimo funzionario di turno la responsabilità letteralmente grottesca di non aver saputo difendere testimonianze che hanno 2600 anni di storia. È un fatto che a forza di considerare residuali gli investimenti culturali, a forza di tagliare i fondi stupidamente ritenuti non strategici, finiremo per ringraziare chi abita nelle tombe etrusche perché, abitandoci, contribuisce in qualche modo alla loro manutenzione. Nel frattempo possiamo solo cercare di capire: non si sa bene chi siano questi residenti, le indagini inevitabili e le risposte prevedibili ci consegneranno tra qualche giorno una manciata di europei, profughi dai Balcani, fuggitivi dal sangue e dalla fame africani. Quando avremo scoperto chi è stato ad allestire un tavolino, una branda e qualche bacinella là dove i nostri trisavoli venivano sepolti, potremo riempire una casella del nostro archivio della vergogna. E collocarla vicino a quelle sui disperati della Casilina, ricordate l'insediamento, si chiamava niente meno che la «Terra del pianto»? O sui grottaroli di Tor Marancia, che per anni hanno abitato il tufo del parco, o quelli vicini della Caffarella. Sullo stesso ripiano della memoria ci sono i decenni occorsi per montare le grate agli ingressi alle grotte dei Parioli, dove si erano insediati una quarantina di moderni cavernicoli. Interessante variante umana dei lombrichi che si organizzano nella terra sotto le suole delle nostre belle scarpe. Le cronache dei giornali sono lo specchio delle città: si accorgono di questi fantasmi a folate, con grandi allarmi e repentini oblii. Fino alla prossima grotta. E al prossimo sdegno. Per una volta, nessuna ipocrisia, siamo pragmatici: quando saranno trovati gli inquilini delle tombe del Parco di Veio, offriamo loro un ricovero qualsiasi. Non lasciamoli in mezzo a una strada, da soli e nell'incertezza di riuscire a trovare altre necropoli disponibili.
QUESTI FANTASMI
Il Parco di Veio, una necropoli etrusca, è stata oggetto di critiche per aver allestito poveri giacigli nelle tombe. L'autore sostiene che questo è un esempio di incapacità di tutelare il patrimonio archeologico. Egli afferma che il problema non è il Parco di Veio, ma piuttosto la mancanza di investimenti culturali e la scarsa tutela delle testimonianze storiche. L'autore suggerisce che gli abitanti delle tombe potrebbero essere persone che hanno vissuto in condizioni di povertà e disperazione, come profughi o fuggitivi. Egli propone di offrire loro un ricovero se verranno trovati.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo