Alla sua prima uscita come ministro «per» i beni culturali (e non «dei», tanto da aver fatto cambiare carta intestata e targhe del ministero), Rutelli non ha deluso chi conosce la sua grinta. Davanti alla platea di Federculture, l'associazione delle imprese culturali del privato e del pubblico, le istituzioni e gli enti locali, il ministro ha cominciato a delineare quello che sarà il suo programma. Con il vantaggio indubbio di partire dal livello, sottozero e «sottolira», in cui hanno ridotto il settore Buttiglione e Urbani, rispetto ai quali anche un intervento minimamente sensato apparirà comunque miracoloso. Rutelli ha messo in luce la sua prima mossa da ministro: la nomina di Salvatore Settis a capo del consiglio superiore dei beni culturali, una scelta di tutto rispetto e rigore, se si pensa a quanto Settis ha propugnato in questi anni (tanto che qualcuno lo aveva indicato come possibile ministro). Nomina tanto più importante perché nelle mani del ministro, oltre alla responsabilità della cultura, c'è anche quella del turismo. Un tandem che può rivelarsi virtuoso nell'organizzazione e rilancio reciproco, ma che potrebbe incepparsi se uno dei due settori (per le esigenze o le bramosie del turismo) prevaricasse le garanzie necessarie dell'altro. Con Settis questo equilibrio dovrebbe essere garantito. Il ministro ha posto quasi come motto del proprio lavoro, riprendendo un tema sostenuto dallo storico dell'arte nel suo Italia spa, «l'amore per il contesto», ovvero la continuità tra i monumenti, la città e i cittadini. Rutelli ha percorso a tutto campo, seppure in un intervento necessariamente contenuto sul palco di un teatro (il Quirino) l'ambito del suo incarico. A cominciare dalla «Caporetto delle risorse finanziarie», in questi anni drasticamente ridotte dalle scelte miopi di Tremonti e soci, e che lui si impegna a incrementare, assicurando di averne già tatto formale richiesta a Padoa Schioppa, con cui istituirà una commissione mista su fisco e incentivazioni al settore. Fino a un nuovo modello di patrimonio culturale da collegare appunto ai flussi turistici. Consapevole del gap a nostro sfavore ormai segnato non solo dalla Francia, ma dalla Spagna in tempi relativamente brevi. E mentre è già impegnato a aggiornare la legge Ronchey, lamenta lo scollamento tra le esigenze nuove di questo di mercato del lavoro e il pullulare di corsi universitari che pure'Vertono sullo stesso argomento. Con la stessa solerzia, Rutelli vuole mettere mano al riordino della macchina pubblica dello spettacolo (con qualche riorganizzazione o riforma dell'Eti e delle altre istituzioni pubbliche) ma soprattutto dei criteri di assegnazione dei contributi statali, che di certo si rivelerà la parte più delicata da gestire. E così promette per il cinema, che ha particolarità diverse, e per le biblioteche e i musei. Ribadita la divisione delle deleghe tra i sottosegretari; Montecchi allo spettacolo, Mazzonis ai beni culturali, Marcucci alla ristrutturazione del ministero. Brillante come appare in tv, Rutelli, forse influenzato dalla managerialità dei suoi astanti, si è occupato soprattutto di «organizzazione culturale», correndo almeno per ora il rischio della sinistra in questi anni, lanciata alla rincorsa di una padronanza del mestiere ma senza porsi il problema dell'oggetto cui applicarlo. Mentre dall'altra parte, Berlusconi il contenuto l'aveva chiarissimo.