Sono trascorsi ormai cinque mesi dalla mattina del 15 dicembre che «spedì su Mart» il gotha dell'arte per tagliare i nastri del primo grande museo italiano dedicato al nostro tempo. L'impressione fu grande. La cupola planetaria disegnata da Mario Botta era la maestosa cornice di una struttura che proiettò d'incanto gli italiani nella New York del Whitney Museum o nella Londra della Tate Modern. Altro che Rovereto. Non mancò quel giorno qualcuno che di fronte a quell'inedita ventata di internazionalità mormorò con una punta di malizia: «Ora questa Ferrari bisogna guidarla...». Il pilota, Gabriella Belli, è una signora di ferro che con l'inaugurazione del Mart ha coronato un sogno inseguito dalla fine degli anni Ottanta: un grande polo della contemporaneità creato dalle costole di Palazzo delle Albere e della galleria-museo Fortunato Depero. E adesso? «E adesso non possiamo che essere soddisfatti, con oltre lOOmila visitatori in questi primi cinque mesi, senza contare il polo didattico che da solo attira 5Omila persone all'anno. È un laboratorio permanente che non ha assolutamente eguali in Italia». Già, il polo didattico. Le visite scolastiche e i gruppi organizzati pare rappresentino il vero zoccolo duro del vostro target. Attirare pubblico «vero» nella provincia di Trento, dopo gli entusiasmi dell'inaugurazione, è impresa più ardua... «Proprio per questo abbiamo istituito un ufficio marketing esattamente finalizzato alla fidelizzazione del pubblico. Il Mart non è un museo come gli altri, è un polo con una superficie espositiva di 5mila metri, senza contare la biblioteca, i laboratori e il book-shop. Per visitarlo ci vogliono minimo due ore. Quindi puntiamo a uno sviluppo di pubblico graduale ed equilibrato, per evitare che chi abbia visto il museo una volta, dopo non torni più...» Forse qualcuno si attendeva mostre dal titoli più altisonanti, o forse si è affievolito il battage pubblicitario che aveva contraddistinto il Mart per tutto il 2002, cioè fino all'apertura. «I titoli altisonanti non ci interessano. Le grandi mostre monografiche, ad esempio, vengono già trattate da altri musei. Al Mart non vedrete mai un'antologica di Van Gogh o di Modigliani. È neppure mia intenzione storicizzare i contemporanei viventi. L'obiettivo è invece posizionare il museo in un'area di ricerca sulle grandi problematiche dell'era moderna, e anche sulle questioni metodologiche e filosofiche dell'arte. Mostre come «II racconto del filo», «Fausto Meloni» «Skin deep, il corpo come luogo del segno artistico», oppure «La montagna, cinque secoli tra arte e scienza» sono concepite con lo scopo di produrre un pensiero culturale, cioè fotografare per quanto possibile la visione che gli artisti hanno della società». La mostra «John Cage, il silenzio della musica» curata da Lucrezia De Domizio Durini, ha suscitato qualche discussione. Qualcuno erroneamente si aspettava una retrospettiva del grande compositore americano scomparso nel '92. «Ha detto bene: erroneamente. Quella mostra è nata esclusivamente come un singolare omaggio alla memoria del maestro e aveva come scopo la ricostruzione del significato spirituale dell'amicizia con un grande architetto e fotografo Emanuel Dimas de Melo Pimenta. Dunque non un'analisi documentale dell'opera di Cage, ma piuttosto il precipitato poetico di un'atmosfera ben resa dalla curatrice anche grazie alla ricostruzione simbolica del loft del maestro, dominato dall'odore acre e ubriacante delle sue spezie. Per Cage il cibo aveva una valenza fortemente significativa». Negli ultimi tempi è in corso un accalorato dibattito sul ruolo e sulla configurazione dell'istituzione museale nel nuovo millennio. La tradizionale concezione di museo-opera d'arte sembra lasciare sempre più spazio all'idea fortemente sostenuta dal critico svizzero Hans Ulrich Obrist, di struttura neutra e polifunztonale. A Rovereto invece avete portato un architetto di grande effetto, il ticinese Mario Botta. Controtendenza? «Anzitutto l'idea museale di Botta è ben distante dalle macchine-divertimento, per intenderci, di Frank O. Gehry. È più contenuta, quasi religiosa. Inoltre sono convinta che per un museo, inteso come luogo privilegiato di crescita delle idee, il contenitore sia fondamentale. Il pensiero ha bisogno di una casa che lo identifichi, che sia corrispondente sul piano estetico e architettonico. Ritengo che l'opera di Botta, con la sua grande agorà, coincida perfettamente con la nostra idea di un museo forte, impegnativo». Dal Guggenheim di Bilbao al Mart di Rovereto. Qual è stato finora l'impatto con la realtà locale di un grande museo che costa 3 milioni di euro all'anno? «Mah, noi trentini siamo un popolo caratterialmente un po' montanaro e quindi difficile agli entusiasmi. Da parte mia penso solo a fare il buon direttore e non sono brava nella politica. Voglio dire che il consenso mi interessa relativamente, perché nel lavoro è solo la continuità che vince».