Alle urne solo 1 su 4. Gregotti: metodo errato e idea non più mia. Il centrosinistra diviso LE CONSULTAZIONI È più giusto consultare i cittadini prima di avviare un progetto, per tener conto di desideri e ragioni IL RISULTATO A questo punto dell'opera non mi sembrava proprio il caso di avviare una consultazione popolare IL PIANO INIZIALE Una piazza metafisica con cortina edilizia «Non chiamatele le mie Torri», dice Vittorio Gregotti. Chiamiamole allora le Torri dell'Arcella, nate non da un progetto ma da una proposta «planivolumetrica» fine anni '80 dell'architetto novarese. Della risistemazione urbanistica del quartiere Nord di Padova si parla da quasi vent'anni e in parte è stata realizzata (già esiste un grattacielo di tredici piani). Ma sulle quattro Torri originariamente previste e su quella che i Verdi chiamano la «cementificazione» della zona la polemica non si è mai spenta. Tant'è vero che il Comune, nel dubbio, ha deciso di affidarsi al parere dei cittadini che nel referendum di domenica scorsa hanno espresso un parere inequivocabile, bocciando il tutto. In realtà, a decidere è stato un elettore su cinque, perché si è presentato alle urne solo il 25 per cento delle 29.100 persone chiamate a esprimersi. Risultato: 5.655 hanno detto no, il progetto non s'ha da fare. Così, la giunta di centro sinistra, favorevole alle Torri gemelle, ha dovuto chinare la testa mentre la destra compatta, cui si sono aggiunti per l'occasione Verdi, Rifondazione, Cgil, Legambiente, Italia Nostra e l'associazione Sos Arcella, ha potuto esultare. Progetto archiviato, e non se ne parla più (come anticipato dal Corriere del Veneto). Il progetto, secondo gli oppositori, si presentava ormai come una banalizzazione della prima idea di Gregotti. A quel tempo, sostiene Legambiente, «furoreggiava in tutta Italia la moda delle squadrate megacostruzioni razionaliste, parti costitutive di una ideale città-fabbrica ed effimero monumento alla potenza della civiltà delle macchine». Secondo il disegno in discussione, accusato di aumentare il traffico e l'inquinamento nel quartiere, la zona San Carlo avrebbe dovuto ospitare una piazza «metafisica» circondata da una «cortina edilizia» (Torri comprese), ma anche da aree verdi, profilandosi come una sorta di città nella città, con un proprio centro pulsante. «Non me ne importa niente ripete Gregotti quel progetto non mi riguarda, sono passati vent'anni e io non ho più studiato la questione, non è detto che la centralità della piazza, di cui si vedeva la necessità negli anni '80, oggi sia ancora opportuna, perché sono cambiate le condizioni, l'ambiente e le esigenze. Ma ripeto, non me ne sono più occupato e mi da molta noia che si utilizzi ancora il mio nome». «Dare la parola ai cittadini» era uno dei punti forti del programma del sindaco Ds Plavio Zanonato e ora non gli resta che allargare le braccia e accettare l'esito del referendum di quartiere. Smaltita la rabbia di vedersi attribuire un progetto che non riconosce come suo, Gregotti si sofferma sul metodo. È ragionevole lasciare che siano i cittadini a stabilire la configurazione architettonica e urbanistica della propria città, anzi del proprio quartiere? O si tratta di un malinteso concetto di democratica partecipativa? «Credo dice Gregotti che sia più giusto consultare i cittadini prima di avviare un progetto, in modo da poter tenere conto dei loro desideri, delle loro ragioni e delle loro aspettative. Ma a questo punto non mi sembrava proprio il caso di avviare una consultazione popolare». Si aggiunga il fatto che anche il centrosinistra, che si è sempre espresso a favore delle Torri e della risistemazione complessiva, ora appare leggermente disorientato, perché il referendum «urbanistico» dell'Arcella può costituire un pericoloso precedente per altre analoghe vexatae quaestiones. È l'opinione di Gregotti, che a 79 anni, sia come architetto sia come studioso dello spazio urbano, è uno dei maestri riconosciuti sul piano internazionale: «Se si affidasse al giudizio della cittadinanza ogni progetto architettonico, probabilmente non si costruirebbe più niente. Forse addirittura le cose più belle verrebbero bocciate. C'è una capacità inventiva nell'architettura che sarebbe sbagliato sottoporre al giudizio pubblico». E condivide il parere di Paolo Portoghesi che ritiene che i referendum dì questo tipo servano, più che alla cittadinanza, ai politici locali che «attraverso le consultazioni popolari si scaricano delle proprie responsabilità».