L'analisi di Glocus sul turismo italiano, illustrata giovedì scorso a Roma alla presenza di Francesco Rutelli (vicepresidente del consiglio con delega al settore) ha indicato un ambizioso ma possibile traguardo per i prossimi dieci anni: far tornare l'Italia nuovamente prima mèta turistica mondiale. I dati raccolti dall'associazione promossa da Linda Lanzillotta, che ne ha curato la presentazione (e ai quali, oltre a chi scrive, hanno lavorato Andrea Bernardi e Guido Improta), dicono senza mezzi termini che il turismo italiano è, sì, ancora forte e competitivo, ma conosce pericolosi segnali di declino. Le tradizionali mète marine subiscono l'impietosa concorrenza di nuovi paesi, e non sembrano attrezzarsi per rimediare; nel Mezzogiorno, bacino turistico di incredibili possibilità, da diversi anni non si vedono investimenti significativi sia nel ricettivo sia nelle infrastrutture; le tre maggiori città d'arte continuano a "macinare" turisti, ma soffrono sempre più in termini di sostenibilità. Basterebbero questi tre dati per dirci che serve un rilancio serio e non velleitario nella politica del turismo, da troppo tempo lasciata solo alle regioni e a qualche rara ed estemporanea misura nazionale. Negli ultimi cinque anni, le presenze straniere solo calate più del 5 per cento e lo stesso è stato perla permanenza media, mentre la bilancia dei pagamenti turistica lo scorso anno ha registrato un drastico meno 13 per cento. Anche a Roma, dove le cose vanno piuttosto bene, la spesa turistica, che è stata nel 2000 pari a 5.700 milioni di euro, è calata nel 2003 a 3450 milioni di euro, secondo le rilevazioni dell'Uic. Dunque più turisti, ma più poveri. Tornare primi non significa però contare più arrivi e presenze, il cui aumento esponenziale potrebbe risultare, anziché una ricchezza, una perdita secca: il turismo dovrà fare più saggiamente ì conti con la sostenibilità della crescita. Per questo si propone di realizzare un nuovo indicatore di successo turistico, che affianchi agli arrivi altre rilevazioni quali: la spesa del turista, i ricavi aziendali e l'occupazione delle strutture, i costi affrontati dal pubblico a fronte del movimento turistico, la tutela dei beni non riproducibili eccetera. La ricerca suggerisce alcuni percorsi per far "scattare" il turismo italiano. Il primo è quello dell'innovazione in tutti i fattori che costituisco il prodotto: ambiente, imprese, servizi, offerta culturale, reti... Con le dovute eccezioni, in Italia sembra tutto un po' fermo, ed è facile perdere l'interesse del mercato. Vi è ad esempio una vera e propria emergenza territorio in gran parte d'Italia, devastato da "villettopoli", che coinvolge molte località turistiche. Occorre allora lavorare sul ripristino del paesaggio e delle coste, e fare coraggiosi piani per innovare il prodotto mare, in particolare nel nordest. Il modello familiare e diffuso dell'impresa turistica, che ha fatto il nostro successo, deve ora avere la capacità di offrire un prodotto più standardizzato e accessibile, soprattutto nel segmento medio - basso, colmando l'assenza di catene alberghiere low cost. Per avviare questi processi, occorre maggiore cultura nel turismo italiano: la ricerca denuncia la paradossale situazione in cui ci troviamo. Decine di osservatori e di analisi (e anche la nostra non fa eccezione) che si basano su dati quantomeno discutibili: dal costo degli alberghi (si rileva solo quello denunciato, mai quello praticato) alla spesa del turista (registrata dall'Uic solo con interviste campione), senza parlare del non registrato (si pensi alle seconde case). Ma soprattutto si investe poco per capire i fenomeni e i mercati, le possibilità di investimento, gli impatti sociali e ambientali, i flussi di movimento... chi, pubblico o privato, Confcommercio o Confindustria, regioni o camere di commercio, saprà lavorare in tal senso e vincere la sfida culturale, vincerà anche quella della leadership del settore. Infine serve un assetto coraggiosamente innovativo della governance del settore: l'accordo stato-regioni è indispensabile per identificare gli obiettivi del sistema, ma poi bisogna distinguere competenze e capacità, per evitare duplicazioni e sprechi (oggi la spesa turistica è calcolata in ben 13 miliardi di dollari, terza dopo quella della Francia e del Regno Unito, e superiore a quella della Spagna). Alle regioni le politiche di sviluppo locale e di raccordo con i mercati tradizionali e forti, alla bandiera nazionale l'esplorazione dei nuovi mercati (Cina per prima) e la promozione di eventi e prodotti di eccellenza nazionale.