In via di definizione un manifesto per proteggere i paesaggi costruiti digitali Se c'è una differenza tra l'architettura reale e l'architettura che incontriamo nei cosiddetti mondi virtuali dei giochi online, è che quest'ultima non deve sottostare alle leggi della fisica che governano il mondo della materia; qui la forza di gravita è un'opzione, l'equilibrio un esercizio di stile e a vincolare gli ardimenti spaziali sono soltanto la (decrescente) rudimentalità dei software e i limiti della fantasia del progettista si tratti dei programmatori che "disegnano" i giochi o dei giocatori cui sia data licenza edilizia. Per il resto ci troviamo di fronte a costruzioni dell'ingegno umano che strutturano lo spazio, percorribili e praticabili, per la cui realizzazione sono richieste competenze tecniche (sia pure differenti da quelle di uno studio di architettura canonico) e creatività, e che rappresentano a tutti gli effetti un'espressione culturale della società del ventunesimo secolo. Che i risultati non siano ancora necessariamente stupefacenti non significa che non siano degni di memoria. E a giudicare dall'impegno di analisi, studio, speculazione e quindi di cura che investiamo oggi nel cercare di ricostruire, a partire dalle poche tracce giunte fino a noi, in che modo i nostri antenati assolvessero al compito di proteggersi dalle intemperie, come organizzassero gli spazi pubblici e privati, come li decorassero, tanto varrebbe - ora che ci viene data una seconda occasione fare in modo di preservare tali testimonianze fin dal principio: perché se è vero che, rispetto ai loro corrispettivi fatti di molecole, hanno il vantaggio di non essere soggetti alle intemperie e all'usura del tempo, non per questo la virtualità le rende invulnerabili. E trovarci uh giorno a dover frugare in qualche server abbandonato a caccia di segnali elettrici significativi potrebbe essere impresa poco gratificante. Mario Gerosa, giornalista, autore recentemente con Aurélien Pfeffer di un bel libro dedicato ai Mondi virtuali (ed. Castelvecchi, pagg. 352, 24,00), sta mettendo a punto un manifesto per la preservazione del patrimonio architettonico virtuale. Punto di partenza, la Convenzione di Granada del 1985, che impegna i Paesi europei a procedure di inventario e tutela. Ancora siamo a una bozza preliminare (la si trova qui: http:ma-riogerosa.blogspot.com200606virtual-architectural-heritage.html), ma già sono arrivate adesioni autorevoli, come quelle dell'economista Edward Castronova, della critica d'arte digitale Cristiane Paul o del sociologo esperto di videogiochi T.L.Taylor. Gerosa pensa ai capisaldi che abbiano valore storico (il primo esempio di casa edificata da un giocatore, ad esempio) oltre che alle eccellenze propriamente architettoniche. E già che c'è, ha parallelamente avviato un progetto di agenzia turistica che possa condurre gli appassionati in un Grand Tour architettonico-virtuale, saltando da un mondo all'altro. Un «viaggio turistico da pausa pranzo», scherza Gerosa, dove magari oltre a vedere i capolavori digitali, si può assistere alla caccia ai mostri sulla Treasure Island, la celebre isola acquistata a caro prezzo da David Storey (una sorta di fotosafari che configura un'interessante progressione da bamboli-na russa: osserviamo da spettatori un mondo che sta a sua volta al di fuori del mondo fisico, e tutti e tre scorrono simultaneamente in tempo reale). Sia il manifesto sia l'agenzia aprono una carrellata di domande, come sempre accade quando si provi a trasferire qualunque tipo di contenuto in ambiente digitale: perché tale processo richiede innanzitutto una ridefinizione esplicita di che cosa tali contenuti (o relazioni) siano. E non è detto che le risposte siano prevedibili né che debbano ricalcare quelle della realtà fisica. In ambito digitale, ad esempio, conservare potrebbe voler dire replicare in un'area protetta; qui viene meno infatti il dilemma copia-originale, avendo l'una e l'altra esattamente la stessa sorgente numerica. Il manifesto, prima ancora che un progetto più o meno realistico, è interessante perché induce a interrogarsi sul valore storico, artistico, sociale dell'architettura virtuale (e dei giochi nel loro complesso, naturalmente). Sul valore attuale ma soprattutto, in prospettiva, su quello che saremo disposti ad attribuirle in futuro. A parere di Gerosa sul piano stilistico, tra i fili fantasy, neobarocchi, liberty, vittoriani, fantascientifici e l'emulazione del contemporaneo, ancora non sono apparse correnti di ricerca realmente significative. A differenza della moda, ambito in cui alcuni stilisti si sono distinti conquistando una discreta popolarità, i Vitruvio, i Palladio e i Renzo Piano digitali ancora non hanno fatto capolino. Anche perché - osserva sempre Gerosa - fino a oggi il giocatore è stato prevalentemente impegnato nel gioco, in allerta quando non intento a combattere contro qualche banda nemica. Così, più che il singolo oggetto architettonico, ad avere rilevanza sono stati fin qui prevalentemente i paesaggi, una visione d'insieme di cui il giocatore emotivamente si imbeve. Ma con il diffondersi di giochi nei quali l'aspetto competitivo viene meno, dove diviene possibile condurre una "vita" che comprende il tempo libero e la contemplazione, la sensibilità per l'ambiente è destinata a crescere e, chissà, insieme ad essa magari anche una pratica e una critica architettonica di qualità.
Quel palazzo virtuale è da salvare
Mario Gerosa, giornalista e autore, sta lavorando a un manifesto per la preservazione del patrimonio architettonico virtuale. Il manifesto si basa sulla Convenzione di Granada del 1985, che richiede ai Paesi europei di procedere a un inventario e tutela del patrimonio culturale. Gerosa ha già ricevuto adesioni autorevoli, tra cui quelle di economisti, critici d'arte e sociologi. Il manifesto si concentra sui capolavori architettonici digitali, come le case edificate da giocatori, e sugli aspetti culturali e storici di questi oggetti. Gerosa ha anche avviato un progetto di agenzia turistica per condurre visite guidate virtuali ai mondi digitali.
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