Incontro con Salvatore Settis, nuovo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali Arte, bellezza, ambiente non sono né "giacimento" né Patrimonio Spa, ma inalienabile ricchezza di tutto il paese. La legge Tremonti va cambiata e bisogna tornare alla Costituzione in una visione dinamica dell'interesse nazionale. Le mostre devono valorizzare i musei non sostituirli. Simona Maggiorelli Una foltissima passione civile attraversa tutto il percorso di Salvatore Settis, che non è solo archeologo di rango e fautore di importanti edizioni scientifiche come quella del papiro di Artemidoro che sta lavorando in questi mesi. Fuori dalle aule della Normale di Pisa (di cui è rettore), il professore si è sempre tuffato nella discussione pubblica, in difesa del patrimonio artistico italiano. Con articoli, pamphlet, libri. Ma anche accettando di tenere una certa dialettica con la politica. In posizione critica, da outsider, come consulente di Urbani per il Codice e ora, in modo più diretto, raccogliendo l'invito di Rutelli a ricoprire la carica di presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali del ministero. Professor Settis nel libro Italia S.p.a, denunciava l'assalto al patrimonio culturale compiuto cor la creazione della Patrimonio S.p.a. Che cosa ha prodotto dal 2002 quella società voluta da Tremonti? Quell operazione è stata un fallimento. Quello che ha prodotto di introiti per lo Stato è stato infinitamente inferiore a ciò che ci si aspettava. E mi piacerebbe sapere quanto è costato metterla in piedi. Spero che questo governo faccia chiarezza rendendo pubblici dati ufficiali certi. Per fortuna la parte più aggressiva della norma che rendeva vendibile l'intero patrimonio pubblico è stata arginata da un decreto congiunto fra il demanio e il direttore generale dei Beni culturali. Ma è ancora una legge dello Stato e, a mio avviso, andrebbe modificata in modo radicale. In base a un principio per cui il patrimonio pubblico si può vendere solo quando non abbia valore culturale. Ciò che ha valore culturale deve ricadere nell'assoluta inalienabilità, come dice peraltro il codice civile. Un suo recente articolo sul Sole 24 Ore ha acceso un dibattito sul cosiddetto "benculturalismo". Che impressione ha avuto dalla reazione dei giornali? In realtà era un articolo dal tono scherzoso. L'ho scritto per divertirmi e per divertire il lettore. Ma c'è qualcuno a cui, evidentemente, non piacciano le battute di spirito, e che ha preso alla lettera come, non so quale manovra della sinistra. Devo dire che ho trovato tutto ciò assolutamente esilarante. Riguardo alla dizione beni culturali va ricordato che si è scelto questo termine cercando una definizione il più possibile neutra. Ma da un certo punto in poi ha cominciato, invece, ad indicare il valore economico del patrimonio. Quando fu creato il primo ministero dei Beni culturali presieduto da Spadolini, nel 74-75, lo si fece dicendo che il patrimonio culturale meritava più investimento, poi il discorso si è degradato e c'è stato chi, assimilando i beni culturali al petrolio, li ha considerati come oggetti del salvadanaio che quando serve si rompe. Questa concezione troppo economicistica di beni culturali ha prodotto dei danni. Ma non è la parola che non funziona, ma l'uso che se ne fa. Va riempita di contenuti. E in questo abbiamo un compito facilitato, perché i contenuti sono quelli dell'articolo 9 della Costituzione. Non c'è niente da cambiare. Con questa concezione economicistica si sono spolpate di competenze le soprintendenze territoriali, affollando di manager e posizioni di vertice gli uffici del ministero. Come si cura questo squilibrio? Ripristinando la priorità della competenza. Nessuno si affiderebbe ad un medico che non sia un medico. Così non capisco perché un sociologo, per fare un esempio, debba prendere decisioni vitali per l'archeologia. È completamente insensato: è uno degli elementi molto negativi della riforma Urbani che va assolutamente corretto. Anche sbloccando le assunzioni? La media degli addetti oggi è di 55 armi, le nuove assunzioni sono necessarie, ma vanno fatte sulla base di competenze reali, di dati concorsuali di sicurissima qualificazione, eliminando la tentazione demagogica di fare assunzioni ope legis, che non garantiscono qualità. I giovani storici dell'arte oggi, anche se preparati, fanno fatica a inserirsi nel mondo del lavoro. Che fare? Negli ultimi quindici anni c'è stata un'assoluta schizofrenia. Gli stessi governi - quelli di centrodestra hanno particolarmente brillato in questo - da un lato hanno incoraggiato la formazione di nuove facoltà di beni culturali invitando le persone a studiare storia dell'arte, l'archeologia eccetera, dall'altro lato hanno completamente bloccato le assunzioni. Così hanno creato delle fabbriche di disoccupati. Certo riaprire le assunzioni risolverebbe il problema, purtroppo però riforme universitarie sempre più infelici, da quella Berlinguer a quella del ministro Moratti, hanno portato a differenziare i curricula universitari in un modo drammatico. Ora bisogna davvero ripristinare la priorità della competenza, chiarire quali sono i profili professionali di cui abbiamo bisogno. Si è creata una straordinaria confusione che danneggia il paese ma anche i migliaia dei giovani, spesso molto preparati, nonostante lo spezzettamento del sapere nelle università da cui provengono. In questo quadro come dare nuova incisività al Consiglio di cui è diventato presidente? Occorre riguardare competenze e composizione del Consiglio, che da alcuni anni è stato di fatto esautorato. La decisione politica di ridargli vitalità, fiato, funzionalità è del ministro Rutelli. Spero molto, nelle nuove competenze che il ministro vorrà dare a questo organo, di poter giovare a questa opera di rilancio dei beni culturali. Abbiamo quasi dimenticato che questo può essere uno dei settori trainanti per lo sviluppo del paese. Dobbiamo tornare a questa auto-consapevolezza anche attraverso una fierezza professionale di chi lavora in questo settore. Credo che in questo il Consiglio superiore potrà dare una mano al ministro quando lo avrà resuscitato dal letargo in cui giace. La proliferazione di mostre ha fetta parlare di un'Italia malata di "mostrite". Non sarebbe più opportuno investire per riattivare una rete museale di più largo respiro? Oggi c'è questa strana idea per cui da un lato ci sarebbe il museo come pura e passiva conservazione, dall'altra le mostre come pura attività. Ma non è affatto così. La quantità di cose che si possono e si dovrebbero fare nei musei e nel territorio è gigantesca. Ed è lì che servono le competenze. Faccio un esempio, un archeologo può occuparsi del rapporto fra le città che crescono e le preesistenze archeologiche, pensare a come valorizzarle, in modo che i cittadini siano consapevoli che sotto casa loro una volta c'era una villa romana o una città greca come succede in Sicilia. Io credo che le nuove professionalità debbano forgiarsi anche in una nuova capacità di dialogare con il cittadino. Questo non si fa solo attraverso le mostre. Le mostre ci vogliono ma devono avere una funzione, l'effimero deve servire al permanente, non il contrario. Stiamo arrivando al paradosso per cui i musei sono i serbatoi da cui si traggono le mostre, invece le mostre dovrebbero servire a rivitalizzare i musei. E cosa fare, invece, per la rete del contemporaneo che in città come Roma o Firenze appare ancora come una tradizione un po' debole? È uno dei grandi paradossi del nostro paese. Per tutto il Novecento l'Italia è stata ai margini della scena internazionale rispetto alla Francia e agli Usa, quando invece ha avuto momenti importanti come il futurismo, l'arte povera o come lo straordinario laboratorio fiorentino di videoarte in cui si è formato Bill Viola negli anni 70. L'Italia ha sempre avuto grande vitalità nell'arte contemporanea, ma non si è tradotta in una presenza museale sufficiente. Negli ultimi anni si comincia a vedere un cambiamento di segno, basta pensare a esperienze come quella del Castello di Rivoli o al Mart di Rovereto, ma anche a iniziative campane come la certosa di Padula, al MAXXI di Roma, che promette di essere una realtà assai interessante. Una vera inversione di tendenza. Ora non dobbiamo correre dietro agli altri per recuperare il tempo perduto. La sfida è creare qualcosa che sia collegato alla nostra tradizione. E poi dovremmo valorizzare l'esperienza della Biennale di Venezia, che ha straordinari archivi che pochi conoscono. Accanto ai grandi centri d'arte sta crescendo in provincia una rete di piccoli musei del contemporaneo, molto attivi. Come la Gam di Bergamo, per esempio. Bergamo, ma anche Sassari, e c'è da registrare un crescente collezionismo di arte contemporanea, di singoli privati, ma anche di banche, di imprese. Sta nascendo una nuova sensibilità per forte contemporanea che fa ben sperare. Un altro fenomeno che colpisce è l'interesse pubblico che stanno suscitando libri come il suo Battaglie senza eroi o Gli storici dell'arte e la peste con presentazioni affollatissime. Citando l'Italia che impressione ne ha avuto? Noto che l'interesse è molto alto. Quando si dice che gli italiani non si interessano del loro patrimonio artistico si sbaglia. Semmai è vero che questo è stato un tema molto marginalizzato dalla politica, in parte perché a certi politici non importa nulla, in parte perché c'è sempre qualche tema più importante, dalle pensioni alla guerra in Iraq. Però il cittadino italiano è molto interessato. Alle presentazioni di librino trovato straordinaria passione, presenza e voglia di partecipare, di dire la propria e in modo molto sensato. È molto raro che il cittadino comune tiri fuori delle idee bislacche come vendersi i monumenti o il patrimonio d'arte. Queste sono idee che vengono in mente solo ad alcuni politici perversi.
Europa
17 Giugno 2006
Beni culturali non petrolio, ma anima dello sviluppo
SA
Salvatore Settis
Europa
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
📰 Articoli dello stesso autore
la Repubblica · 13 Giu 2002
La bella Italia che si mette in vendita
la Repubblica · 29 Giu 2002
Un pericoloso emendamento al decreto Tremonti. I beni? Il ministro li affitta
Il Giornale dell'Arte · 1 Dic 2002
Cara Melandri, se avete fatto venti, altri faranno cento
Il Tirreno · 17 Dic 2002
Settis: Quel governo talebano che adesso vende arte e cultura
Giornale di Sicilia · 13 Gen 2003
Ma la cultura non può essere ceduta ai privati
il Sole 24 Ore · 19 Gen 2003
Il bello dei Borboni
Corriere della Sera · 4 Feb 2003
L'Italia dei musei ha bisogno di regole - Anche per i privati
il Sole 24 Ore · 2 Feb 2003
I patti che salvarono il bello d'Italia
la Repubblica · 5 Mar 2003
Patrimonio culturale. La svendita di Tremonti
Avvenimenti · 9 Mag 2003
952003 - Patrimonio artistico svendesi. Parla lo storico dell'arte Salvatore Settis: Così va tutto in malora
🔗 Articoli correlati
(stesse entità · ±2 anni)
Corriere della Sera · 17 Giu 2004
IL CASO: Vincolato l'archivio di Levi
il Sole 24 Ore · 17 Giu 2004
ASTE: L'arte all'asta rivede assegni con otto zeri
La Gazzetta del Mezzogiorno · 17 Giu 2004
Patrimonio culturale in pericolo: gli archivi d'Italia non vogliono essere archiviati
La Nazione · 17 Giu 2004
Uffizi: chiuse venti sale
Il Tempo · 17 Giu 2004
Musica per Roma diventa Fondazione
La Stampa · 17 Giu 2004
UN CONVEGNO A ROMA - II lamento dei teatri d'opera
Il Tempo · 17 Giu 2004
La Casìna Valadier toma all'antico splendore
Comunicato stampa di Italia Nostra · 18 Giu 2004
Affidata a Italia Nostra la latomia dei Cappuccini
la Repubblica · 18 Giu 2004
Arte senza tempo: la Certosa diventa casa della bellezza
Corriere della Sera · 18 Giu 2004
Un anonimo torinese si aggiudica l'archivio Carlo Levi
il Giornale · 18 Giu 2004
L'archivio di Carlo Levi in asta da Christie's acquistato da un anonimo per 117mila euro
il Giornale · 17 Giu 2004
Via libera dalla Regione alla ibridazione per l'Egizio
La Nazione · 17 Giu 2004
Uno sponsor per i Medici
la Repubblica · 18 Giu 2004
Viaggio surreale in uno dei siti archeologici più belli del mondo. Il museo nascosto di Selinunte
La Sicilia · 18 Giu 2004
Traffico dei tesori d'arte a Enna chiesta l'assoluzione per tutti
La Stampa · 18 Giu 2004
Il David troppo pulito e le frustate di Beck
la Repubblica · 19 Giu 2004
Il sogno di dire sì a Palazzo Reale; musei in affitto, il nuovo business
la Repubblica · 19 Giu 2004
A cena con la Gioconda, il Louvre per 50mila euro
il Sole 24 Ore · 19 Giu 2004
Cultura, business per le aziende
Corriere della Sera · 19 Giu 2004
Villa Manzoni all'ambasciata del Kazakistan