IL CASO: Sono oltre 50 i pezzi a Los Angeles che l'Italia rivendica perché illegalmente esportati e acquistati. Lunedì Rutelli incontra Brand, direttore Del museo Il ministro dei beni culturali Francesco Rutelli lunedì ha un appuntamento: niente di personale, vuole incontrare Michael Brand, 48enne, da gennaio neodirettore del Getty Museum di Los Angeles, una superpotenza nel mondo dell'arte antica. Per lo studioso americano potrebbe essere un faccia a faccia delicato. Rutelli ha infatti detto che non intende recedere sulla spinosissima questione della restituzione all'Italia di opere trafugate e finite per vie traverse e poco chiare in importantimusei internazionali. Una faccenda in cui un'ex dirigente del Getty è implicata fino al collo: il museo ha infatti almeno 42 pezzi (ma forse sono 52) che lo Stato italiano reclama perché là esportati illecitamente. Molti sono capolavori: spiccano una Afrodite scavata presso Morgantina in Sicilia, un atleta in bronzo attribuito allo scultore greco Lisippo, una corona funeraria del IV secolo a.C.. Come abitualmente accade in queste situazioni, le trattative, avviate già nel '94 con l'istituto fondato nel '76 dal miliardario petrolifero J. Paul Getty, sono cortesi nella forma, nella sostanza ferme. Come scriveva il Los Angeles Times un paio di giorni fa le trattative sono in stallo. Sennonché la posizione del Getty non è delle più solide. Alla procura di Roma infatti da novembre è in corso il processo alla ex responsabile del settore delle antichità dell'istituto californiano Marion True, dimessasi a ottobre, rinviata a giudizio insieme al mercante d'arte svizzero Robert Hecht con accuse piuttosto pesanti: traffico illecito di reperti archeologici, ricettazione, associazione a delinquere, essere dentro un «cartello» internazionale per le compere, l'aver edificato un sistema internazionale di scatole cinesi con intermediari e documenti per confondere le acque e far apparire legali gli acquisti delle opere d'arte, l'aver dato un robusto stimolo ai tombaroli. L'accusata sostiene la buona fede dei suoi acquisti per il museo, rischia 10 anni di carcere, se si riconosce colpevole rischia meno ma indebolirebbe molto il Getty che le paga gli avvocati e si trincera dietro l'acquisto «inconsapevole ». E adesso facciamo un salto in California, al Getty. L'istituzione ha 82 pezzi d'origine definita fumosa, 42 quelli che salvo smentite provengono dal territorio italiano. Dopo sette anni di chiusura per restauri e ampliamenti a gennaio a Malibu, con vista sul Pacifico, ha riaperto la neopompeiana un po' hollywoodiana Villa-museo del Getty.Ha una delle raccolte d'arte greca e romana (ed etrusca) più stupefacenti del globo. Qui svetta una magnifica statua greca alta 205 centimetri in marmo e pietra calcarea. Datata 425-400 a.C., raffiguraAfrodite e viene anche chiamata la «Venere Morgantina» perché sicuramente proviene da San Francesco Baronti preso Morgantina in Sicilia. I tombaroli la trovano nel 1979, la spezzano per trasportarla meglio, arriva a un mercante con sede a Ginevra, Orazio Di Simone, poi a un antiquario inglese d'alto livello il cui nome ricorre in più inchieste, Symes. L'11 luglio dell'88 la soprintendente di Agrigento Graziella Fioravanti apprende che il Getty sta per comprare la statua, in un telegramma avvisa il ministero della «probabile provenienza scavi clandestini territorio Morgantina », parte lamacchina investigativa. Dopo un paio di settimane il Getty la fa sua: c'è chi dice per 1,5 milioni di dollari, chi per 2,5 milioni. Un'analisi della pietra può provare l'origine. I carabinieri per la tutela del patrimonio artistico incontrano Marion True il 27 settembre del '94, lei a parole è disponibile all'analisi, nei fatti il museo si negherà sempre. Nelle speranze italiane di rimpatri eccellenti si iscrive di diritto anche un atleta in bronzo del III secolo a. C. Lo hanno pescato nel giugno del '64 nell'Adriatico dei pescatori di Fano ed è attribuito a Lisippo, grande scultore che lavorava per Alessandro Magno. Posa plastica, ovviamente nudo, braccio destro alzato e ripiegato verso la testa, senza piedi, con ancora incrostazioni marine, per averlo il Getty avrebbe sborsato 3 milioni di dollari. È il '90 e l'allora direttore generale del ministero Francesco Sisinni avverte gli Esteri: un frammento di bronzo è in Italia, basta un'analisi per accertare se la lega della statua in California è la stessa. Niente, il Getty non acconsente. E ancora, tra gli oggetti sospetti: una corona funerararia greca del IV secolo a. C., un tripode etrusco... In alcuni acquisti incriminati ci sarebbe lo zampino anche di grossi sostenitori privati del Metropolitan. Main un processo non basta il fondatissimo sospetto, servono prove. Secondo l'accusa, il pm Paolo Ferri, ci sono tutte, le prove. Migliaia di lettere, fax e foto polaroid dei reperti (talvolta alcuni personaggi coinvolti compaiono accanto ai pezzi), documenti, memorie personali, bigliettini non tanto diversi dagli oggi celebri «pizzini », un deposito di opere a Ginevra che nascondeva qualcosa come 5mila pezzi... Il nocciolo è che il processo romano si iscrive in un disegno più vasto, tiri un filo e la trama fa il giro del mondocome in un film di spionaggio: il traffico d'opere d'arte, investe le diplomazie, coinvolge da un lato le autorità giudiziarie italiane (ma anche greche), dall'altro grandi musei, soprattutto statunitensi. Come il Metropolitan di New York (con il quale l'ex ministro Buttiglione aveva raggiunto un accordo), il Fine Arts Museum di Boston, Cleveland, Princeton, in Europa il British Museum Le persone sotto accusa sono una dozzina. Un italiano, il settantenne Giacomo Medici, condannato in primo grado e con rito abbreviato a dieci anni di reclusione più pene pecunarie, con le sue testimonianze inguaia Marion True, per altri è atteso il rinvio a giudizio. Ma il giro occulto ha ramificazioni più intricate di quanto si sospettasse: il «cartello» degli accordi che sembrava circoscritto agli anni 70-80 si estende fino al 2000, forse fino a oggi, fino al Giappone, coinvolge non solo la mafia italiana, ma anche quella, temibile e danarosa, russa. Indaga pure l'Fbi